Silvia Raggi

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Archivio per la tag 'riscaldamento globale'

Tetti bianchi per contrastare l’aumento delle temperature

Curiosità: Case con i tetti bianchi
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Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Geophysical Research Letters suggerisce di dipingere i tetti delle case di bianco per contrastare l’aumento delle temperature soprattutto nelle grandi città. La ricerca è partita dall’assunto che le città di oggi sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici: strade asfaltate, tetti di catrame e altre superfici artificiali utilizzate negli spazi urbani, assorbono il calore del sole e aumentano le temperature in media di 2 gradi, creando l’effetto che gli scienziati chiamano isola di calore urbana.

Piante esotiche sulle Alpi: nuove specie migrano ad alta quota

Articolo di JACOPO PASOTTI – www.repubblica.it – ambiente

Almeno 1000 specie vegetali aliene migrano sempre più in alto sulle montagne del pianeta. Il cambiamento climatico non è però il solo colpevole: ci sono anche turismo, strade e ferroviedi

L’EMERGENZA climatica del pianeta ci tocca da vicino, ed ora ci sono anche le piante alpine a sottolinearlo. L’aumento del traffico e del turismo, insieme al cambiamento climatico, hanno infatti innescato una autentica invasione di piante aliene lungo i pendi delle catene montuose. Le specie vegetali che prima vivevano in un angolo “estremo” delle Alpi e dell’Appennino ora sono sempre più strette nelle loro nicchie. A rischio sono la biodiversità montana e la distruzione di importanti ecosistemi.

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Almeno 1000 specie vegetali esotiche si sono già insediate alle alte quote delle catene montuose del pianeta. Lo sostiene uno studio frutto della collaborazione internazionale tra botanici ed ecologhi specialisti dei rilievi montuosi. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Ecology and the Environment, è il primo sforzo per la raccolta delle osservazioni sulle migrazioni di specie erboree verso l’alto.

Una migrazione che avviene in ogni continente, dalle Alpi alle isole delle Canarie, dalle Montagne Rocciose alla catena andina, dalle Alpi australiane fino alle isole del Pacifico. Alle Hawaii, per esempio l’introduzione dei pini sta soppiantando i pendii coperti dai cespugli di Sophora, pianta endemica dell’isola di Maui.  “Fino ad ora gli studi si sono concentrati sulle invasioni di piante esotiche che avvengono a bassa quota, dando scarsa attenzione alle regioni d’alta montagna, che però contengono la maggioranza delle aree protette del pianeta”, scrivono i ricercatori.

Già due mesi fa la CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) avvertiva che la vegetazione alpina è gravemente minacciata. Secondo la Commissione, il 45% delle specie è a rischio di estinzione entro il 2100. Le piante di montagna sono strette tra due fuochi, spiegano i ricercatori: da una parte sono in fuga verso altitudini maggiori, all’inseguimento di freddo e neve. Il problema in questo caso è che oltre ad una certa quota non si sale: la montagna finisce. È il caso del Ranuncolo delle nevi, oppure dell’Androsace alpina, che vedono il loro ecosistema ridursi di anno in anno. Dall’altra parte, queste piante vedono il loro delicato ecosistema, lentamente invaso da specie giunte dalle quote più basse.
Nelle Alpi retiche per esempio, il Laboratorio di Ecologia Vegetale e Conservazione delle piante dell’Università di Pavia ha misurato che dal 1950 ad oggi le specie alpine si sono arrampicate al ritmo di 24 metri per decade a quote sempre più elevate. È successo all’Tussilago farfara (+405 metri) ed alla Genziana bavarese (+230 metri), che lasciano quindi il posto a piante di media montagna.
Gli studiosi, sono ora organizzati in un network chiamato MIREN (Network di Ricerca per le Invasioni Montane) ed avvertono che il clima acuisce un problema che è in parte naturale, ma in parte anche di origine umana. Tra i maggiori responsabili di questa migrazione ci sono infatti le infrastrutture antropiche come la fittissima rete stradale e ferroviaria, che facilitano l’intrusione delle specie invasive nei rilievi montuosi. Uno studio in Svizzera ha rivelato la presenza di 155 specie invasive in 107 stazioni ferroviarie ed ai fianchi di 125 strade di montagna.

Ci sono poi anche i casi di piante decisamente esuberanti, introdotte per errore in alcune regioni e che poi si sono diffuse a spallate, scalzando le più delicate specie locali. È successo per esempio nel Kosciuszko National Park in Australia, dove lo Sparviere aureo, una pianta resistente al gelo è fuggita dal giardino di qualche cottage turistico. La pianticella ora sta spargendo il panico tra gli amministratori del parco, che non riescono a fermare l’avanzata di questi “alieni”, mai più alti di 40 centimetri ma che stanno cambiando l’ecosistema del parco. Mentre nei paesi più poveri è l’agricultura, praticata a quote sempre maggiori, a favorire la migrazione.
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San Francisco: sott’acqua tra meno di 100 anni?

Articolo tratto da Ambiente – www.repubblica.it

di SARA FICOCELLI

Negli ultimi 100 anni il livello dei mari è salito di 18 centimetri e la temperatura è aumentata di 7 gradi. Secondo la Climate Adaptation Strategy, la west coast verrà sommersa da un metro e mezzo d’acqua entro il 2099

Non bastava la paura del “big one”, il terremoto che a quanto pare prima o poi sconquasserà Los Angeles. I cambiamenti climatici minacciano la California al punto che, stando ai dati raccolti dai cervelloni della Silicon Valley, parte della west coast potrebbe essere sommersa da almeno un metro e mezzo d’acqua entro la fine del secolo. La situazione è talmente preoccupante e difficile da controllare che il governatore Arnold Schwarzenegger ha lanciato l’allarme, facendo appello ai cittadini, alle aziende e al governo centrale affinché si uniscano per contrastare il fenomeno (l’intervento sul sito del California Climate Change Portal).

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Che la California sia a rischio non è una novità, tanto che l’amministrazione dello Stato quest’anno ha emanato la Climate Adaptation Strategy, un vademecum in cui si fa il punto della situazione, mettendo insieme i dati raccolti dai ricercatori delle università locali – tra le migliori degli Stati Uniti – e focalizzando il percorso da seguire per limitare i danni.

Negli ultimi 100 anni il livello dei mari è salito di 18 centimetri e la temperatura è aumentata di 7 gradi. Il rapporto del 2009 parla di “progressiva erosione” del territorio, con particolare riferimento alla città di San Francisco. La causa non è solo nel surriscaldamento del pianeta. Gli scienziati denunciano anche l’eccessiva pressione esercitata da strade e abitazioni e uno stravolgimento delle temperature diurne e notturne, con giornate sempre più calde e notti sempre meno fredde. La frase “non esistono più le mezze stagioni” non è un luogo comune ma un problema reale, dato che la mancanza di neve in inverno e lo standardizzarsi delle temperature intorno ai 20 gradi accelera l’innalzamento dei mari anno dopo anno.

A San Francisco il rischio imminente esiste per Ocean Beach, la splendida spiaggia a nord-ovest della città, e per la zona dell’aeroporto, più a sud. Entrambe potrebbero essere sommerse entro il 2099. Per fortuna il resto della City è costruito su un gioco di colline che mettono al riparo gli abitanti, ma la Climate Adaptation Strategy ricorda che la maggior parte delle case californiane è in legno e in molti casi si tratta di costruzioni vecchie (nei quartieri in stile vittoriano, come Height, si parla di dimore “antiche”), che quindi mal sopporteranno questi cambiamenti. Pessima notizia per uno Stato le cui finanze sono dissestate dalla crisi economica e che per recuperare fondi è costretto a indebitarsi.

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Il tempo sta per scadere

www.repubblica.it

obama: il tempo sta per scadere

L’Onu: “Negoziati a lentezza glaciale”

Vertice al Palazzo di Vetro per far uscire dallo stallo le trattative sul nuovo trattato. Il cinese Hu promette generiche riduzioni “notevoli” delle emissioni

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NEW YORK - Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha aperto il vertice sul clima al Palazzo di Vetro rimproverando la comunità internazionale per la “lentezza glaciale” dei negoziati sul nuovo trattato internazionale. Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente americano Barack Obama che ha avvertito: “Rischiamo una catastrofe irreversibile”. La prima giornata dell’assise ha registrato inoltre una promessa, seppure vaga, da parte di Pechino: il presidente Hu Jintao ha affermato che la Cina intende ridurre di “un margine notevole” entro il 2020 le emissioni di andiride carbonica per unità di pil.
Il vertice è stato organizzato dallo stesso Ban Ki-moon per far uscire dallo stallo i negoziati internazionali in vista dell’appuntamento di Copenaghen a dicembre.
Ban Ki-moon. Parlando dal podio dell’Assemblea, il segretario generale ha ricordato che, anche se la conferenza di Copenaghen per accordarsi sul nuovo trattato è a dicembre, “i giorni effettivi per i negoziati sono soltanto quindici”. A parere di Ban un fallimento di Copenhagen sarebbe “moralmente ingiustificabile, economicamente miope, politicamente avventato: non possiamo seguire questa strada” perché, ha detto, “la storia potrebbe non offrici un’occasione migliore di questa”. Ban Ki-moon ha sottolineato che “abbiamo meno di dieci anni per evitare gli scenari peggiori” causati dal surriscaldamento del pianeta.

Il numero uno del Palazzo di Vetro, recentemente in missione al Polo Nord, ha anche avvertito che “sull’Artico i ghiacci potrebbero sparire entro il 2030 e le conseguenze sarebbero sentite dai popoli di ogni continente”. Il cambiamento climatico, ha continuato Ban, colpisce soprattutto i Paesi meno sviluppati, e in particolare l’Africa, dove “il cambiamento climatico minaccia di cancellare anni di sviluppo destabilizzando Stati e rovesciando governi”. Ban ha lanciato un appello ai Paesi industrializzati, invitandoli “a fare il primo passo”, perché “se lo farete – ha continuato il segretario generale – altri adotteranno misure audaci”.

Per il capo del Palazzo di Vetro, il nuovo trattato deve includere “obiettivi per la riduzione di emissioni entro il 2020″ e “supporto finanziario e tecnologico” ai Paesi in via di sviluppo, cioè quelli che “hanno contribuito di meno a questa crisi ma hanno sofferto di più, e per primi”.
Obama. Allarmanti le parole del presidente Usa: la minaccia, ha detto, è “grave, urgente e crescente: se non agiremo rischiamo di consegnare alle future generazioni una catastrofe irreversibile”. Obama ha detto che gli Stati Uniti hanno “fatto più negli ultimi otto mesi per promuovere l’energia pulita e ridurre l’inquinamento da anidride carbonica che in qualsiasi altro periodo della nostra storia”. E ha sottolineato il cambio di passo in materia di lotta al riscaldamento del pianeta fatto dalla sua amministrazione rispetto a quella del suo predecessore George W. Bush.
“Non siamo venuti qui a celebrare i progressi raggiunti – ha detto ancora Obama – ma perché ci sono ancora passi da compiere. Non dobbiamo farci illusioni quanto al fatto che la parte più difficile è davanti a noi”, ha affermato il leader della Casa Bianca. Obama ha insistito molto sulle difficoltà che dovranno essere affrontate ma ha sottolineato che “le difficoltà non possono essere una scusa per non agire”. “Tutti noi – ha detto ancora – dovremo affrontare dubbi e difficoiltà nelle nostre capitali”.

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Il Corriere della Sera: “I ghiacci si sciolgono ancora”

 piattaforma-wilkins_pop1   Articolo tratto dalla pagina dedicata alla Scienza del quotidiano Il Corriere della Sera  del 05/05/2009                                     

Immagini dal satellite dell’agenzia spaziale europea
Polo sud, la piattaforma Wilkins si spezza
Il riscaldamento globale ha provocato profonde fratture nel ghiaccio, grossi iceberg alla deriva
MILANO – Le immagini dell’ Esa -l’ agenzia spaziale europea -mostrano grossi iceberg staccarsi dal «Wilkins ice shelf » , una piattaforma di ghiaccio che si trova nella penisola Antartica. I ricercatori hanno affermato che il «Wilkins ice shelf» -grande quanto la Giamaica- è ha rischio di disgregarsi completamente nelle prossime settimane. La piattaforma è rimasta perlopiù stabile nel corso dell’ultimo secolo, ma ha cominciato a ritrarsi negli anni ‘90. Il «Wikins ice shelf» era tenuto insieme da un «ponte» di ghiaccio che legava l’isola di Charcot alla terra ferma Antartica. Ma in seguito al crollo del ponte avvenuto nelle scorse settimane, le fratture nel lato nord della piattaforma si sono ampliate e altre si sono formate per l’assestamento del ghiaccio. Secondo i dati del satellite, i primi iceberg si sono staccati venerdì scorso e da allora circa 700 km quadrati di ghiaccio sono caduti in mare.

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