Silvia Raggi

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Stop alle buste di plastica!INIZIATIVA

Articolo di Stefania Parmeggiani da www.repubblica.it

Sacchetti di plastica addio, almeno per un giorno
Il 12 settembre la prima giornata internazionale “contro” le buste della spesa. Le iniziative degli ambientalisti e dei comuni italiani per metterle al bando prima del 2011

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Si gonfiano e danzano, pieni di acqua e sospinti dalle correnti. Sembrano meduse e le tartarughe li ingoiano. Muoiono soffocate. Vengono usati per venti minuti, ma poi l’ambiente per distruggerli impiega 400 anni. Nessun equilibrio tra tempo d’uso e tempo di vita. Gli italiani non riescono a farne a meno, ne producono tra i 10 e i 15 miliardi l’anno, immettendo nell’atmosfera qualcosa come 400 mila tonnellate di anidride carbonica. Sono il simbolo del superfluo, di una società che acquista, consuma e distrugge.

Sono i sacchetti di plastica, le shopper usa-e-getta condannate a morire da una direttiva europea, poi ripresa dalla Finanziaria 2007, il primo gennaio 2010. Nel nostro Paese, grazie al “decreto milleproroghe”, la sentenza è stata rinviata di un anno. Dodici mesi in più mettere al bando “i sacchi non biodegradabili per l’asporto delle merci”, le vecchie borse di polietilene.Molti credono che la rivoluzione verde tarderà ad arrivare. I produttori e i commercianti accampano scuse, i consumatori neanche quelle: sono così pratiche e comode che farne a meno resta un buon proposito, ma almeno per un giorno – un giorno soltanto – si può fare una cortesia all’ambiente. Non sia mai che qualcuno si accorga di quanto siano superflue le sporte di plastica e decida di rinunciarvi anche per il resto della settimana e dell’anno. Quel giorno è il 12 settembre, prima giornata internazionale senza i sacchetti di plastica.
L’ha promossa il Marine Conservation Society (MCS), società inglese no-profit dedicata alla conservazione dell’ecosistema marino. E ha raccolto ovunque l’adesione convinta degli ambientalisti. In Italia l’associazione dei Comuni virtuosi rilancia con la campagna “Porta la Sporta”, ispirata al movimento inglese “Plasticbag Free Cities”: invitano le amministrazioni a mettere al bando i sacchetti di plastica, coinvolgono le scuole e i bambini in progetti di riciclo e girano le piazze per insegnare a fare divertenti sportine di tela, da tenere con sé e tirare fuori alla cassa del supermercato. I blogger passano parola e sponsorizzano più che i sacchetti biodegradabili – sul cui smaltimento in tempi rapidi è battaglia di brevetti e studi – le vecchie sacche di tela o di juta, da ripiegare e portarsi appresso.
Torino (VIDEO) ha deciso di non aspettare il Governo e giocando in anticipo cerca di coinvolgere quanti più commercianti possibili per metterle al bando. A Firenze la Unicoop le ha eliminate dai suoi 98 punti vendita.
La Coop Adriatica invece già dallo scorso 7 settembre ha eleminato le buste di plastica da tutti i suoi 151 negozi. Al loro posto, alternative a basso impatto ambientale.
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La Cina risparmia 1,6 milioni di tonnellate di petrolio dicendo NO ALLE BUSTE DI PLASTICA

Articolo di Eva Perasso da Corriere della Sera online

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Cina, un anno senza buste di plastica. In 12 mesi di divieto dei sacchetti il gigante asiatico ha risparmiato 1,6 milioni di tonnellate di petrolio
MILANO – Non usare le buste di plastica, a favore di carta e stoffa: una goccia nel mare della lotta all’inquinamento, ma non se il Paese a farlo ha le dimensioni della Cina. Qui infatti, a un anno dall’entrata in vigore del divieto di usare la plastica per impacchettare la spesa, il conto del risparmio energetico è davvero positivo: risparmiati 1,6 milioni di tonnellate di petrolio e salvati dall’uso 40 miliardi di sacchetti. Sulle alternative alla plastica, però, è una ricerca canadese a mettere in allarme i consumatori: le buste in stoffa infatti, seppur resistenti ed ecologiche, non sarebbero igieniche e darebbero problemi alla salute. Risultati interessanti, ma di parte: la ricerca è infatti commissionata dalla Canadian Plastic Industry Association, ovvero la lobby delle aziende canadesi produttrici di plastica.
La cinese Chain Store and Franchise Association ha fatto i conti a quasi un anno dalla legge che ha impedito la produzione di buste in plastica di spessore inferiore ai 0,025 millimetri e soprattutto ha vietato ai negozi la distribuzione gratuita ai clienti di sacchetti. Queste regole, introdotte il 1° giugno scorso, hanno portato alla chiusura della più grande fabbrica statale di plastica del Paese, e hanno convinto la grandi associazioni ambientaliste come Greenpeace della bontà della misura per combattere l’inquinamento bianco. Un anno dopo la legge, il bilancio è positivo: anche se molti negozianti – soprattutto i piccoli venditori – continuano a distribuire buste in plastica eludendo la regola, la Cina avrebbe comunque risparmiato 1,6 milioni di tonnellate di petrolio e rinunciato a 40 miliardi di sacchetti, con un crollo del loro consumo pari ai 2/3 rispetto a un anno fa. Il prossimo passo, sostiene l’associazione promotrice della ricerca, sarà donare gratuitamente borsine di stoffa riutilizzabili a tutti i cittadini.

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Buste di plastica addio?

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http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/ambiente/sacchetti-plastica/sacchetti-plastica/sacchetti-plastica.html

Addio vecchie buste di plastica
ma la rivoluzione non ci sarà
Il 31 dicembre i vecchi sacchetti dovrebbero scomparire per fare posto agli shopper non inquinanti. Ma non succederà, anche se l’ecologia li condanna
di MICHELE SMARGIASSI

VENDERA’ cara la sua pellaccia di polietilene. Non lasciamoci ingannare da quel suo aspetto flaccido e spiegazzato: lo shopper è un vero duro. Condannato ufficialmente a morte per crimine ecologico continuato ed aggravato. Fissata la data dell’esecuzione: 31 dicembre 2009, fra meno di otto mesi. Ma lui se ne fa un baffo. Statene certi: la scamperà anche stavolta, e il primo giorno di apertura dei supermercati del 2010 lo troverete quasi ovunque ancora vivo, lì alle casse, sbruffone e servizievole, comodo e prepotente.
Il sacchetto di plastica non ha affatto i giorni contati. Solita storia all’italiana: annuncio, clamore, dibattito, reazioni, poi niente. Sembrava tutto già deciso con un comma (il numero 1130) della Finanziaria 2007, la prima dell’ultimo governo Prodi, che prevedeva di “giungere dal definitivo divieto, a decorrere dal 1° gennaio 2010, della commercializzazione di sacchi non biodegradabili per l’asporto di merci”, rispettando la scadenza suggerita dalla direttiva comunitaria EN 13432. Brindisi tra gli ambientalisti, cruccio dei produttori, tutto inutile: la norma c’è ma non c’è, visto che i decreti attuativi per definirne i modi (e soprattutto per sanzionare chi non rispetterà il “definitivo divieto”) non sono mai stati emanati. E a questo punto è difficile che lo siano, almeno non in tempo per la scadenza annunciata.
Non è nemmeno partito quel “programma sperimentale per la progressiva riduzione della commercializzazione” delle buste di plastica che previsto come percorso di avvicinamento e come condizione del divieto. Con la crisi che ribolle, poi, sarà difficile che un ministro si assuma il rischio di un provvedimento che potrebbe in teoria avere ripercussioni negative sui già depressi consumi delle famiglie italiane. Non è un caso che in Europa solo Francia e Gran Bretagna abbiano annunciato (ma non ancora attuato) lo stop alla spesa plasticata, e solo pochi altri paesi abbiano optato per il disincentivo economico che pure sembra efficace (anche in Italia fu imposta una sovrattassa di cento lire nel 1989: ma fu abolita silenziosamente cinque anni dopo, benché avesse ridotto il consumo del 34%).
Dunque, salvo ripensamenti, non succederà nulla. Almeno, non per obbligo. La scelta di ammazzare il sacchetto di plastica per il momento è lasciata alla coscienza ecologica e alle valutazioni di convenienza delle singole catene commerciali. Sarà omicidio privato, non sentenza capitale dello Stato. Qualche catena ha deciso. Qualcuna ci sta pensando. Altre temporeggiano.
I francesi di Auchan sono stati i primi a saltare l’ostacolo: dopo l’esperimento di Antegnate, Bergamo, dal 22 marzo primo market shopper-free in Italia, a partire da luglio tutti i cinquanta negozi del loro circuito italiano offriranno ai clienti la scelta fra il sacchetto in mater-bi (la pellicola biodegradabile che si ricava dal mais, dall’olio di girasole, dalla patata o dagli scarti di pomodoro) a 10 centesimi, quello di carta a 18, o i contenitori riutilizzabili di plastica o cartone a 99. Un rischio per loro che gli shopper, unici sul mercato, finora li hanno addirittura regalati, non solo: li facevano perfino imbustare dalle cassiere.

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