Silvia Raggi

La rete è il mio mondo

Stop alle auto il 28 febbraio in tutta la pianura padana?

Notizia tratta dal sito www.repubblica.it

Moratti e Chiamparino uniti, “Stop alle auto in tutto il nord”
I Comuni di Milano e Torino propongono, per il 28 febbraio, il blocco del traffico in tutta la pianura padana per rispondere all’emergenza smog
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Moratti e Chiamparino uniti “Stop alle auto in tutto il nord”
I Comuni di Milano e Torino propongono, per il 28 febbraio, il blocco del traffico in tutta la pianura padana. La proposta sarà fatta nell’incontro di venerdì a Milano con gli amministratori dei Comuni della pianura padana, in cui saranno discusse varie proposte per individuare un programma di interventi strutturali sull’intera area per combattere l’inquinamento atmosferico. “I Comuni di Milano e Torino – si legge nella nota – sono d’accordo nell’adottare questa misura straordinaria e chiedono agli altri Comuni di aderire alla proposta”.

Il freezer ecologico è solare!

News tratta da www.yeslife.it

Utilizzare il sole come metodo di raffreddamento. L’idea, realizzata ma non ancora in commercio, è venuta al designer Ruben Iglesias che ha pensato di collocare sul coperchio di un frigorifero da picnic due celle fotovoltaiche in grado di convertire l’energia prodotta in freddo consentendo di utilizzare il dispositivo per mantenere alla giusta temperatura cibi e bevande durante un viaggio in automobile, per un picnic o una gita al mare.

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L’eco-frigo ha anche la possibilità di utilizzare le due celle solari come torce per l’illuminazione. Dotate di lampade che sfruttano la tecnologia a LED sono in grado di differenziare la loro attività, accendendosi una alla volta, per illuminare mentre il dispositivo continua a generare energia per mantenere bassa la temperatura all’interno del dispositivo portatile sfruttando l’induzione magnetica.
Qualora si avesse bisogno di utilizzare entrambe le celle come fonti luminose il sistema di refrigerazione entra in blocco inserendo un meccanismo di conservazione del freddo all’interno del frigorifero. Grazie alla possibilità di regolare la torcia su tre diversi tipi di illuminazione, tra cui la modalità sos ed intermittenza, il frigo può risultare utile in caso di pericolo o semplicemente in momenti in cui si necessità di maggiore illuminazione. fonte: rinnovabili.it

Olio, vino, cereali, legumi dall’azienda a emissioni zero.

Articolo di VALERIO GUALERZI per www.repubblica.it – Ambiente
In Umbria la Castello Monte Vibiano Vecchio, una tenuta agricola, è la prima impresa “verde” del nostro paese, secondo una delle più autorevoli società internazionali di certificazione.
FOLIGNO non sarà di certo “lu centru de lu munnu”, come sostengono i suoi abitanti, ma Monte Vibiano, un altro piccolo paese dell’Umbria, è sicuramente il centro della rivoluzione verde italiana. A sostenerlo non è infatti l’orgoglio campanilistico, ma una delle più autorevoli società internazionali di certificazione. Secondo quanto garantisce la Det Norske Veritas, la Castello Monte Vibiano Vecchio, una tenuta agricola che nei suoi trecento ettari di terra e quattrocento di bosco produce olio, vino, cereali e legumi, è la prima azienda italiana a zero emissioni.

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“È la prima in Italia e una delle prime al mondo a raggiungere questo obiettivo in accordo con la norma internazionale ISO 14064 – spiegano dalla DNV -  Monte Vibiano è passata da 287 tonnellate di CO2 nel 2004 a meno 764 tonnellate di CO2 nel 2008, raggiungendo quindi valori ben al di sotto dello zero”. Il tutto ottenuto senza acquisti esterni di riduzione. Tutti gli interventi di efficienza e sostenibilità sono stati applicati infatti all’interno del processo produttivo dell’azienda. Un ventaglio molto ampio di azioni portate avanti con la consulenza della stessa DNV e la collaborazione del Centro di Ricerca sulle Biomasse dell’Università di Perugia.

Oltre a migliorie più tradizionali e “banali”, come l’installazione di pannelli fotovoltaici e la razionalizzazione dei consumi energetici, alla Monte Vibiano sono stati introdotti anche accorgimenti ancora poco sfruttati su vasta scala, come la tinteggiatura dei tetti dei silos con il “bianco riflettente”, un sistema che riduce l’effetto del riscaldamento globale incrementando l’albedo terrestre, ovvero la capacità delle superfici chiare di rimandare indietro i raggi solari, limitandone l’influenza sulla temperatura (il contributo della Monte Vibiano è stato calcolato pari alla sottrazione di 25 tonnellate di CO2 dall’atmosfera).
Un’attenzione particolare è stata poi rivolta alla revisione della mobilità aziendale: sono stati adottati una serie di veicoli e scooter elettrici installando una innovativa stazione di ricarica elettrica attrezzata con un sistema di batterie al vanadium, uno speciale dispositivo per l’immagazzinamento dell’energia prodotta da fonti rinnovabili. Certo, le dimensioni dell’azienda e la sua conduzione familiare hanno reso l’obiettivo emissioni zero più semplice. La Monte Vibiano ha una sessantina di dipendenti e nel 2009 le 340 mila bottiglie di vino e olio vendute in Italia e all’estero hanno portato ad un fatturato di circa 7 milioni di euro, ma ciò non toglie che inseguire con tanta perseveranza questo traguardo è costato soldi e coraggio.

“Siamo partiti nel ‘98 e anno dopo anno gli investimenti in sostenibilità sono arrivati a sfiorare i dieci milioni di euro”, spiega l’amministratore Lorenzo Fasola Bologna. “Per noi – ricorda – puntare sull’ambiente significa semplicemente cercare di fare un prodotto sempre migliore perché crediamo sia questa la missione di un’azienda che produce vino e olio. Per rientrare delle spese ci vorranno almeno venti anni, ma sono convinto che chi non si sarà mosso in questa direzione potrebbe essere costretto a rimanere fuori da mercati importanti molto prima”.
E sbaglia chi a questo punto si è fatto l’idea che il costo di tutto questo impegno “verde” non possa che finire per essere scaricato sul consumatore. Il Villa Monte Vibiano, un rosso in vendita ad appena 5-6 euro, è stato premiato infatti dalla Guida dei vini d’Italia 2010 dell’Espresso come migliore bottiglia per rapporto qualità prezzo.

M’ILLUMINO DI MENO 2010: iniziative in tutte le città, eventi e aperitivi al buio.

Caterpillar invita tutti ad una grande festa dell’energia pulita a Roma.

Venerdì 12 febbraio a Roma, dalle 17, ai Mercati Traianei, la diretta radiofonica di Caterpillar si trasformerà in una gioiosa manifestazione rischiarata da luci a impatto zero.

Radio, musica, luci, ospiti a sorpresa e tanta energia rinnovabile!

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Un pannellino solare collegato a una batteria che accende dei led, un minieolico che alimenta una lampada a risparmio, una dinamo a pedali che dà energia a un faretto… portate le luci pulite di cui disponete o che voi stessi avete ideato!

E se non sapete come fare, un gazebo di Legambiente vi aiuterà ad autocostruire le vostre luci pulite.

Protagonista dell’evento sarà una enorme sfera, forse la più grande lampadina illuminata da energie rinnovabili, che risplenderà nel cielo di Roma, grazie all’energia di cinquanta eroici ciclisti, coinvolti in una travolgente pedalata collettiva. L’operazione Bike for Light è curata da Mismaonda per l’Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione del Comune di Roma.

La locandina dell’evento.

Tetti bianchi per contrastare l’aumento delle temperature

Curiosità: Case con i tetti bianchi
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Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Geophysical Research Letters suggerisce di dipingere i tetti delle case di bianco per contrastare l’aumento delle temperature soprattutto nelle grandi città. La ricerca è partita dall’assunto che le città di oggi sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici: strade asfaltate, tetti di catrame e altre superfici artificiali utilizzate negli spazi urbani, assorbono il calore del sole e aumentano le temperature in media di 2 gradi, creando l’effetto che gli scienziati chiamano isola di calore urbana.

Piante esotiche sulle Alpi: nuove specie migrano ad alta quota

Articolo di JACOPO PASOTTI – www.repubblica.it – ambiente

Almeno 1000 specie vegetali aliene migrano sempre più in alto sulle montagne del pianeta. Il cambiamento climatico non è però il solo colpevole: ci sono anche turismo, strade e ferroviedi

L’EMERGENZA climatica del pianeta ci tocca da vicino, ed ora ci sono anche le piante alpine a sottolinearlo. L’aumento del traffico e del turismo, insieme al cambiamento climatico, hanno infatti innescato una autentica invasione di piante aliene lungo i pendi delle catene montuose. Le specie vegetali che prima vivevano in un angolo “estremo” delle Alpi e dell’Appennino ora sono sempre più strette nelle loro nicchie. A rischio sono la biodiversità montana e la distruzione di importanti ecosistemi.

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Almeno 1000 specie vegetali esotiche si sono già insediate alle alte quote delle catene montuose del pianeta. Lo sostiene uno studio frutto della collaborazione internazionale tra botanici ed ecologhi specialisti dei rilievi montuosi. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Ecology and the Environment, è il primo sforzo per la raccolta delle osservazioni sulle migrazioni di specie erboree verso l’alto.

Una migrazione che avviene in ogni continente, dalle Alpi alle isole delle Canarie, dalle Montagne Rocciose alla catena andina, dalle Alpi australiane fino alle isole del Pacifico. Alle Hawaii, per esempio l’introduzione dei pini sta soppiantando i pendii coperti dai cespugli di Sophora, pianta endemica dell’isola di Maui.  “Fino ad ora gli studi si sono concentrati sulle invasioni di piante esotiche che avvengono a bassa quota, dando scarsa attenzione alle regioni d’alta montagna, che però contengono la maggioranza delle aree protette del pianeta”, scrivono i ricercatori.

Già due mesi fa la CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) avvertiva che la vegetazione alpina è gravemente minacciata. Secondo la Commissione, il 45% delle specie è a rischio di estinzione entro il 2100. Le piante di montagna sono strette tra due fuochi, spiegano i ricercatori: da una parte sono in fuga verso altitudini maggiori, all’inseguimento di freddo e neve. Il problema in questo caso è che oltre ad una certa quota non si sale: la montagna finisce. È il caso del Ranuncolo delle nevi, oppure dell’Androsace alpina, che vedono il loro ecosistema ridursi di anno in anno. Dall’altra parte, queste piante vedono il loro delicato ecosistema, lentamente invaso da specie giunte dalle quote più basse.
Nelle Alpi retiche per esempio, il Laboratorio di Ecologia Vegetale e Conservazione delle piante dell’Università di Pavia ha misurato che dal 1950 ad oggi le specie alpine si sono arrampicate al ritmo di 24 metri per decade a quote sempre più elevate. È successo all’Tussilago farfara (+405 metri) ed alla Genziana bavarese (+230 metri), che lasciano quindi il posto a piante di media montagna.
Gli studiosi, sono ora organizzati in un network chiamato MIREN (Network di Ricerca per le Invasioni Montane) ed avvertono che il clima acuisce un problema che è in parte naturale, ma in parte anche di origine umana. Tra i maggiori responsabili di questa migrazione ci sono infatti le infrastrutture antropiche come la fittissima rete stradale e ferroviaria, che facilitano l’intrusione delle specie invasive nei rilievi montuosi. Uno studio in Svizzera ha rivelato la presenza di 155 specie invasive in 107 stazioni ferroviarie ed ai fianchi di 125 strade di montagna.

Ci sono poi anche i casi di piante decisamente esuberanti, introdotte per errore in alcune regioni e che poi si sono diffuse a spallate, scalzando le più delicate specie locali. È successo per esempio nel Kosciuszko National Park in Australia, dove lo Sparviere aureo, una pianta resistente al gelo è fuggita dal giardino di qualche cottage turistico. La pianticella ora sta spargendo il panico tra gli amministratori del parco, che non riescono a fermare l’avanzata di questi “alieni”, mai più alti di 40 centimetri ma che stanno cambiando l’ecosistema del parco. Mentre nei paesi più poveri è l’agricultura, praticata a quote sempre maggiori, a favorire la migrazione.
Continua..

Le cicche di sigaretta? Inquinano come i rifiuti industriali

Ambiente – www.corriere.it
Gli esperti dell’Enea propongono di dare inizio a una raccolta differenziata

ROMA – Raccolta differenziata per le cicche di sigaretta, pericolose per ambiente e salute quanto i rifiuti industriali: è la proposta lanciata dagli esperti dell’ Enea, che in un convegno a Roma hanno presentato i primi dati sugli inquinanti che vengono dispersi nell’ambiente con i 195 milioni di cicche di sigaretta gettati via dove capita ogni giorno in Italia (per un totale di 72 miliardi l’anno).
Si calcola che le cicche gettate via nel mondo dagli 1,5 miliardi di fumatori siano 4,5 milioni di miliardi ogni anno, pari a 845 mila tonnellate. Complessivamente contengono 7.800 tonnellate di agenti chimici pericolosi. Le cicche sono anche i rifiuti più comuni nel mare: nel Mediterraneo, per esempio, rappresentano il 40% dei rifiuti, contro il 9,5% delle bottiglie di plastica, l’8,5% dei sacchetti di plastica, il 7,6% delle lattine di alluminio.

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«Il problema è sempre esistito, ma è stato volutamente dimenticato», osserva Carmine Ciro Lombardi, fra gli autori dello studio con Giuliana Di Cicco e Vincenzo Zagà, della Ausl di Bologna. «Finora si è ignorato – aggiunge – che anche le cicche contengono sostanze tossiche». Ma adesso per la prima volta i componenti nocivi contenuti nelle cicche vengono elencati e misurati considerando che i 13 milioni di fumatori italiani consumano 15 sigarette al giorno. Ecco le principali sostanze :
- Nicotina: con le cicche se ne disperdono nell’ambiente 324 tonnellate l’anno. Sono noti i suoi effetti come insetticida ed è tossica anche per gli animali acquatici. Ingerire la nicotina contenuta in poche decine di cicche può uccidere un uomo adulto e ingerire una sola cicca può causare in un bambino problemi respiratori fino alla paralisi.
- Polonio 210: è un elemento radioattivo e cancerogeno. Quello contenuto nelle cicche disperse nell’ambiente ogni anno ha valori di radioattività pari a 1.872 milioni di bequerel (Bq).

- Composti organici volatili: sono prodotti con la combustione e si calcola che i 50 milligrammi di queste sostanze prodotte fumando una sigaretta restino per metà nel filtro. Perciò le cicche gettate via in un anno disperdono 1.800 tonnellate di composti come benzene, formaldeide, acetone e toluene.

- Gas tossici: i principali sono acido cianidrico e ammoniaca e con le cicche se ne riversano complessivamente ogni anno nell’ambiente21,6 tonnellate. L’ammoniaca, spiega Lombardi, viene aggiunta al tabacco allo scopo di far aumentare la disponibilità di nicotina«.

- Catrame e condensato: il primo è un noto cancerogeno e il condensato comprende una grande quantità di composti, come idrocarburi policiclici aromatici, benzopirene e metalli.

- Acetato di cellulosa: è contenuto nel filtro e le 12.240 tonnellate che ogni anno finiscono nell’ambiente non sono biodegradabili. È una materia plastica che dà origine a composti pericolosi per gli animali acquatici, in particolare possono danneggiare l’apparato riproduttivo dei pesci.

I paesi più “verdi”: Islanda prima, Italia diciottesima

Articolo di Carola Frediani-www.corriere.it – scienze

La classifica dell’Indice di performance ambientale presentata a Davos
I Paesi più “verdi” del Mondo: Islanda prima, Italia diciottesima
Sul podio Svizzera e Costa Rica, seguiti da Svezia e Norvegia. Stati Uniti al 61esimo posto

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L’Islanda è il giardino del mondo. L’isola nordeuropea è infatti la nazione più verde del pianeta, seguita a ruota dalla Svizzera. La Svezia in quarta posizione e la Norvegia quinta confermano il primato del modello scandinavo, mentre un sorprendente Costa Rica sale sul podio in terza posizione.

L’INDICE – E’ la fotografia scattata dall’Indice di performance ambientale (EPI) 2010, un indicatore prodotto da una squadra di esperti di Yale e della Columbia University e arrivato ormai alla sua terza edizione. I risultati preliminari di quest’ultima revisione biennale sono stati presentati al World Economic Forum, l’incontro economico internazionale in corso a Davos. L’indice classifica 163 Paesi valutando la loro resa su 25 diversi parametri che vanno dalla qualità dell’aria alla gestione delle risorse idriche, delle foreste e della pesca, dalla biodiversità alla salute ambientale, dall’agricoltura al cambiamento climatico.

AFRICA ULTIMA – Se l’Europa si piazza bene – i Paesi del Vecchio Continente costituiscono più della metà delle prime trenta posizioni in classifica – il fanalino di coda è composto dall’Africa sub-sahariana, dove pesano le condizioni di estrema povertà e il difficile accesso all’acqua, ma anche l’assenza di politiche decise. Ultimo degli ultimi è infatti il Sierra Leone, e a risalire s’incontrano Repubblica Centrafricana, Mauritania, Angola e Togo.

STATI UNITI E ITALIA – Ma se il reddito complessivo di un Paese influisce sulla sua performance ambientale, di certo non basta per fargli guadagnare necessariamente un buon piazzamento. Ne sono una dimostrazione gli Stati Uniti, solo 61esimi anche a causa della scarsa risolutezza con cui hanno affrontato le emissioni inquinanti e gas serra. Una colpa che in questo caso non può essere addebitata all’amministrazione Obama, dal momento che i dati dell’EPI sono stati elaborati a partire da rilevazioni precedenti il 2009. L’Italia, dal suo canto, arriva 18esima. Ma meglio di lei si collocano importanti nazioni europee come Francia (7°), Austria (8°), Gran Bretagna (14°), e Germania (17°).

Il Canada abbraccia la green economy: sviluppo e lavoro

Articolo di ROSARIA AMATO per www.repubblica.it – Ambiente
La “rivoluzione verde” è tra le principali strategie di sviluppo economico del Paese del Nord America, che ne fa anche una questione di competizione con gli Usa: “Molti stati al di là del confine guardano con attenzione a quello che noi stiamo facendo”
Il Canada abbraccia la green economy “Dall’ambiente sviluppo e posti di lavoro”.
Dal lago Ontario la Enwave ricava energia ‘pulita’ a costi bassi per una settantina di grandi edifici della City.

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TORONTO – Per molti è il futuro, ma la green economy per il Canada è già adesso un fondamentale motore di sviluppo e un polo di attrazione per gli investimenti stranieri. Come quello appena effettuato da una cordata coreana guidata dalla Samsung, che si è impegnata a investire 6,6 miliardi di dollari (l’equivalente di 4,7 miliardi di euro) nella provincia dell’Ontario per la creazione di centrali solari ed eoliche per un totale di 2,5 gigawatt. “Non si tratta solo di promuovere le energie alternative e le tecnologie non inquinanti – spiega il ministro canadese dell’Industria Tony Clement – per noi ‘rivoluzione verde’ significa anche sviluppo economico, e creazione di posti di lavoro”.
Non solo: porre l’accento sulla green economy può tradursi anche in una sorta di sfida ai vicini Stati Uniti: “Noi vogliamo essere leader nel settore dell’energia eolica, solare, e dalle biomasse, e farne un motore economico – conferma Sandra Pupatello, ministro dello Sviluppo Economico e del Commercio dell’Ontario – Sappiamo che molti stati Usa ci guardano con attenzione, a cominciare dalla California. Contiamo di fare da traino, anche grazie alla ricerca e agli investimenti nelle nuove tecnologie, dimostrando che grazie alla green economy tutto il sistema prospera”.
Una scommessa che già sta dando molti frutti, anche in termini di soluzioni all’avanguardia per la produzione di energia, i trasporti, la tecnologia. Ma che non è priva di contraddizioni: mentre ci sono province canadesi come l’Ontario che hanno varato normative che promuovono e finanziano le aziende che investono in energie alternative e soluzioni tecnologiche che rispettino l’ambiente, a cominciare dal ‘Green energy act’, il Canada probabilmente non formalizzerà i propri obiettivi sulle riduzioni di emissione dei gas serra entro il 2020 per il prossimo 31 gennaio. La scadenza fissata a Copenaghen, ha detto qualche giorno fa il segretario esecutivo dell’Unfccc, Yvo de Boer, in effetti verrà disattesa da molti paesi. E il ministro Clement ha sottolineato nel corso di un incontro con alcuni giornalisti stranieri le difficoltà del Canada ad assumere impegni precisi alla scadenza pattuita, nel caso in cui non lo facciano contemporaneamente gli Stati Uniti.
Ma intanto investimenti e progetti vanno avanti, e il Canada diventa ogni giorno di più una vetrina interessante di quanto di meglio si produca nel campo dell’energia pulita. Non c’è soltanto il contratto con la Samsung, che è stato già definito come “il più grande affare sulle energie rinnovabili mai siglato”, e che porterà alla creazione di 16mila posti di lavoro nell’Ontario e alla produzione di una quantità di energia elettrica pari a quella di tre centrali nucleari di media grandezza, sufficiente a coprire il fabbisogno di 580mila case (l’Ontario ha circa 13 milioni di abitanti).
Ci sono anche soluzioni originali e particolarmente all’avanguardia, come quella adottata da qualche anno da Enwave Energy Corporation Deep Lake Water Cooling Facility, che ha messo a punto un sistema che utilizza l’acqua presa in profondità dal lago Ontario per il riscaldamento d’inverno e il raffreddamento d’estate di una settantina di grandi edifici, risparmiando sui costi. L’acqua destinata ai consumi urbani di Toronto viene succhiata da una “cannuccia” lunga cinque chilometri che scende a 83 metri sotto il lago Ontario. L’acqua che arriva, destinata a essere filtrata e potabilizzata, ha la temperatura di circa 4 gradi d’inverno e 5 d’estate. Un sistema che permette di risparmiare fino all’80 per cento dei costi. Continua..

Intervista al ministro: meno caldo nelle case per combattere lo smog

Intervista al ministro Prestigiacomo sullo smog a Milano – www.corriere.it, di Alessandra Arachi
Il ministro Prestigiacomo: lavoriamo a un Piano nazionale

ROMA – Stefania Prestigiacomo lo smog sta letteralmente attanagliando le città. E il suo ministero, quello dell’Ambiente, che cosa sta facendo?

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«Il ministero sono più di otto mesi che sta lavorando insieme con i ministeri dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture per realizzare un Piano nazionale contro lo smog. Una battaglia difficile. Non si può improvvisare. Come, è evidente, non possono bastare i provvedimenti isolati presi dalle singole città».

Si riferisce a Milano, ad esempio? Qui la concentrazione delle polveri sottili sta sforando i limiti quasi tutti i giorni. E allora si sta pensando di tutto: blocco del traffico, targhe alterne per un mese di seguito….
«Milano è leader assoluta in Europa per la battaglia allo smog». E dunque? «Dunque con questo si dimostrano due cose. Che il problema dell’inquinamento urbano esiste, ma che per affrontarlo gli interventi isolati non bastano. Ma anche che i limiti sulle polveri sottili imposti dall’Unione europea sono in assoluto troppo bassi». Che limiti sono? «Non si possono superare la media di quaranta microgrammi per metro cubo per trentacinque giorni, in tutto l’anno. Milano soltanto nei primi ventiquattro giorni di quest’anno li ha superati già diciotto volte. Per questo contro l’Italia l’Unione europea ha aperto una procedura d’infrazione. Anche se non siamo certo soli». Ah no? Chi altro? «Sono state aperte procedure d’infrazione per altri dieci paesi. Come Francia, Germania, Inghilterra, Austria, Spagna…».

Va bene. Ma a parte i limiti, lo smog ce lo viviamo dentro le narici, ogni giorno. Che fare?
«Il Piano nazionale al quale stiamo lavorando ha diversi livelli di intervento. Le linee guida per i comuni, su mobilità sostenibile e risparmio energetico. Ma in particolari situazione climatiche, anche nelle zone più “virtuose” possono diventare necessarie ulteriori misure. Anche impopolari». Impopolari? «Certo. Si può pensare a temporanei limiti di velocità sulle strade a rischio. Come anche ad intimazioni a tenere le temperature più basse negli appartamenti. Ormai facciamo tutti gli americani: vogliamo stare in casa in magliettina anche se fuori nevica. Non si può avere tutto, se ci teniamo alla salute, dobbiamo modificare i nostri stili di vita».

Riscaldamento? Quando si parla di smog si pensa sempre alle automobili, al traffico…
«Le auto sono certo un elemento determinante. Ma non l’unico».

Certo, perchè insieme al monossido di carbonio c’è anche il monossido di azoto tra principali produttori delle polveri sottili. Dunque, i riscaldamenti….
«Dunque le caldaie vecchie che andranno rottamate e sostituite con altre con migliore efficienza energetica. Come andranno rottamati anche i vecchi mezzi di trasporto pubblici ».

Spese non indifferenti. Avete già quantificato?
«Non ancora. Ma cercheremo formule. Ed incentivi. Dobbiamo studiare bene una metodologia. Non vogliamo commettere lo stesso errore fatto per il pacchetto dei mezzi ecologici». Ovvero? Che è successo? «Avevamo messo a disposizione finanziamenti per i filtri antiparticolato con un’agevolazione del 25% per i mezzi pubblici. Le Regioni non hanno accolto positivamente l’iniziativa, l’unica richiesta è arrivata dal comune di Roma».

Chi sta lavorando concretamente a questo piano?
«Il ministero dell’Ambiente come già detto, con Sviluppo economico e le Infrastrutture. Poi, in ogni ministero, gli uffici e le direzioni competenti. Ma al di là di questo Piano nazionale anti Pm10, che oltre alla mobilità e gli usi civili riguarda anche l’agricoltura, c’è da lavorare pure sull’industria».

Ovvero?
«Il ministero dell’Ambiente sta mettendo sotto esame tutti gli impianti industriali più importanti d’Italia, sono circa duecento ».

E che esame devono superare?
«Quello dell’A.I.A. Ovvero l’Autorizzazione integrata ambientale ».

Tradotto?
«È una certificazione per la sostenibilità ambientale degli impianti: chi non è in regola deve provvedere in tempi e modalità stabilite e certe. Tutto ciò servirà anche a ridurre le polveri sottili».

E quante di queste aziende hanno superato l’esame, fino ad ora?
«Una sessantina, circa. Il lavoro è lungo. Ma si andrà avanti, a ritmi serrati, fino alla fine. Quando sono arrivata al ministero di autorizzazione ne era stata rilasciata soltanto una».