Archivio per la categoria 'Clima'
Così si sollevano gli Appennini e si scatenano terremoti
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Articolo di Franco Foresta Martin – www.corriere.it
Ricostruita nel dettaglio la formazione dei Monti in corrispondenza dell’Italia Centrale.
La «Placca Adriatica» si immerge sotto la catena montuosa causando la spinta in alto e i sismi.
MILANO – I Monti Appennini, spina dorsale dell’Italia, per quanto vecchi -si stima che il loro sollevamento sia iniziato circa 30 milioni di anni fa- continuano a crescere di alcuni centimetri al secolo e la forza che li spinge in alto è la stessa che, di tanto in tanto, scatena i temibili terremoti dei Paesi arroccati nell’interno della nostra Penisola. I dettagli della complessa dinamica che interessa una rilevante porzione di Appennini fra la Toscana, l’Umbria, le Marche e il Lazio, sono stati ora chiariti da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV): Claudio Chiarabba, Pasquale De Gori e Fabio Speranza, con uno studio pubblicato sulla rivista della Geological Society of America «Lithosphere» (vol.1, n.2, 2009).

LA PLACCA ADRIATICA – Alla base del meccanismo evolutivo di questa parte degli Appennini -riferiscono i ricercatori INGV- c’è lo sprofondamento o subduzione di una porzione della crosta e del mantello (litosfera) della «micro placca Adriatica», che si trova più meno nell’area su cui giace l’omonimo mare. Questa porzione quasi laminare di superficie terrestre si immerge sotto la nostra Penisola con moto da Est verso Ovest causando, a ridosso dell’immersione, compressione e sollevamento della catena appenninica; più in là, verso Ovest, distensione e stiramento. Ma come è stato possibile ricostruire la dinamica delle forze in gioco e dei fenomeni associati alla subduzione della micro placca Adriatica? La risposta viene dal portavoce del gruppo, Claudio Chiarabba: «Siamo partiti dallo studio dei terremoti che si sono verificati tra il 2000 e il 2007. La distribuzione degli ipocentri lungo un piano inclinato verso Ovest, le caratteristiche della crosta individuate grazie alla tomografia sismica, e l’analisi dei meccanismi focali delle varie scosse, ci hanno portato a ricostruire, fino a una profondità di circa 60 km, il cosiddetto “piano di Benioff” lungo il quale parte della crosta inferiore sprofonda insieme al mantello».
Associato al fenomeno, aggiunge Chiarabba, c’è anche il rilascio di anidride carbonica da parte delle rocce profonde coinvolte nel fenomeno di sprofondamento: «Proprio l’anidride carbonica, risalendo attraverso le fratture della crosta, sembra costituire uno dei meccanismi di innesco dei terremoti appenninici. Questa dinamica ha scatenato sicuramente le lunghe sequenze sismiche di Norcia (1979) e Colfiorito (1997); e probabilmente anche quella dell’Aquila (2009)». I fenomeni messi in luce dai ricercatori INGV, tuttavia, sono peculiari dell’Appennino Centrale: altrove, precisa, Chiarabba, i processi che producono i forti terremoti di altre porzioni di Appennino sono significativamente diversi.
Lazio, le coste a rischio erosione
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Articolo di ALESSANDRO FULLONI – www.corriere.it
Lazio, allarme su tutte le coste: la spiaggia non c’è più
Da Sabaudia a Santa Marinella è emergenza erosione. Tra le cause le mareggiate, ma anche l’abusivismo
ROMA - Una specie di catastrofe. Da gennaio, i cavalloni forza 7 che hanno flagellato la costa laziale hanno divorato migliaia di metri cubi di spiaggia. E la situazione pare addirittura condannata a peggiorare: la Protezione civile ha diramato un bollettino in cui prevede, da giovedì, «possibili mareggiate» e annuncia che seguirà «l’evolversi della situazione in contatto con le Prefetture, le Regioni e i locali dipartimenti».
ESERCENTI & AMBIENTALISTI – La preoccupazione è forte un po’ ovunque, da Sabaudia a Santa Marinella. Le associazioni balneari paventano il pericolo dell’avvio della stagione senza che ci sia l’arenile su cui aprire sdraio ed ombrelloni mentre gli ambientalisti segnalano la mancanza di un piano complessivo di difesa delle coste.

ESPOSTI ALLA FORESTALE – Quando poi non è la forza del mare a «mangiare» il litorale, ci si mette l’uomo. E’ il caso di Capocotta, dove mercoledì, all’altezza del chiosco Settimo Cielo, Anna Catalani, coordinatrice dei verdi di Ostia, ha sorpreso «in flagranza» alcune persone che, badile alla mano, stavano spalando la sabbia delle dune, probabilmente per preparare difese «fai da te» o fare spazio a piccoli bungalow e ad altre strutture che serviranno per l’estate. Gli ambientalisti, che hanno denunciato l’accaduto al Corpo Forestale, parlano di «situazione gravissima su tutto l’ecosistema dunale compreso tra Castelporziano e Campo Ascolano, con le piccole montagne di sabbia, caratteristiche della costa laziale, in via di estinzione, scomparse dolosamente e non solo per colpa delle mareggiate».
SINDACI PREOCCUPATI - Ma più in generale a lanciare l’allarme erosione sono i sindaci e le amministrazioni delle località che s’affacciano sul mare. A Ladispoli la violenza delle onde ha addirittura aperto a metà, come fosse un soufflé esploso, la torre Flavia, il bastione d’avvistamento capace di resistere anche agli assedi dei pirati saraceni. Ma è crollata pure la parete di un hotel sulla spiaggia mentre è pericolante il museo cittadino nelle vicinanze. Per questo il sindaco Crescenzio Paliotta ha convocato per il 12 marzo una conferenza dei servizi e si è appellato direttamente alla Protezione civile. «La nostra è una corsa contro il tempo – dice allarmato il primo cittadino -. Dovremo discutere tutti gli interventi da realizzare per un importo totale di sei milioni e mezzo di euro finanziati dall’assessorato all’Ambiente».
OSTIA, «FARE IN FRETTA» – Lo stesso allarme arriva da Ostia, dove il presidente del XIII Municipio Giacomo Vizzani ha inviato una lettera al vicepresidente della Regione Lazio Esterino Montino chiedendo di «realizzare con sollecitudine gli interventi di ripascimento morbido necessari per ricreare la porzione di spiaggia scomparsa ed a far partire la stagione balneare 2010». «L’importante è fare in fretta» avverte in ansia il minisindaco che segnala problemi davanti al porto (qui la barriera sommersa è stata danneggiata dalle onde) a Ostia Ponente e in prossimità del Canale dei Pescatori, dove la spiaggia praticamente non esiste più.
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Tetti bianchi per contrastare l’aumento delle temperature
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Curiosità: Case con i tetti bianchi

Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Geophysical Research Letters suggerisce di dipingere i tetti delle case di bianco per contrastare l’aumento delle temperature soprattutto nelle grandi città. La ricerca è partita dall’assunto che le città di oggi sono particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici: strade asfaltate, tetti di catrame e altre superfici artificiali utilizzate negli spazi urbani, assorbono il calore del sole e aumentano le temperature in media di 2 gradi, creando l’effetto che gli scienziati chiamano isola di calore urbana.
Piante esotiche sulle Alpi: nuove specie migrano ad alta quota
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Articolo di JACOPO PASOTTI – www.repubblica.it – ambiente
Almeno 1000 specie vegetali aliene migrano sempre più in alto sulle montagne del pianeta. Il cambiamento climatico non è però il solo colpevole: ci sono anche turismo, strade e ferroviedi
L’EMERGENZA climatica del pianeta ci tocca da vicino, ed ora ci sono anche le piante alpine a sottolinearlo. L’aumento del traffico e del turismo, insieme al cambiamento climatico, hanno infatti innescato una autentica invasione di piante aliene lungo i pendi delle catene montuose. Le specie vegetali che prima vivevano in un angolo “estremo” delle Alpi e dell’Appennino ora sono sempre più strette nelle loro nicchie. A rischio sono la biodiversità montana e la distruzione di importanti ecosistemi.

Almeno 1000 specie vegetali esotiche si sono già insediate alle alte quote delle catene montuose del pianeta. Lo sostiene uno studio frutto della collaborazione internazionale tra botanici ed ecologhi specialisti dei rilievi montuosi. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Ecology and the Environment, è il primo sforzo per la raccolta delle osservazioni sulle migrazioni di specie erboree verso l’alto.
Una migrazione che avviene in ogni continente, dalle Alpi alle isole delle Canarie, dalle Montagne Rocciose alla catena andina, dalle Alpi australiane fino alle isole del Pacifico. Alle Hawaii, per esempio l’introduzione dei pini sta soppiantando i pendii coperti dai cespugli di Sophora, pianta endemica dell’isola di Maui. “Fino ad ora gli studi si sono concentrati sulle invasioni di piante esotiche che avvengono a bassa quota, dando scarsa attenzione alle regioni d’alta montagna, che però contengono la maggioranza delle aree protette del pianeta”, scrivono i ricercatori.
Già due mesi fa la CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) avvertiva che la vegetazione alpina è gravemente minacciata. Secondo la Commissione, il 45% delle specie è a rischio di estinzione entro il 2100. Le piante di montagna sono strette tra due fuochi, spiegano i ricercatori: da una parte sono in fuga verso altitudini maggiori, all’inseguimento di freddo e neve. Il problema in questo caso è che oltre ad una certa quota non si sale: la montagna finisce. È il caso del Ranuncolo delle nevi, oppure dell’Androsace alpina, che vedono il loro ecosistema ridursi di anno in anno. Dall’altra parte, queste piante vedono il loro delicato ecosistema, lentamente invaso da specie giunte dalle quote più basse.
Nelle Alpi retiche per esempio, il Laboratorio di Ecologia Vegetale e Conservazione delle piante dell’Università di Pavia ha misurato che dal 1950 ad oggi le specie alpine si sono arrampicate al ritmo di 24 metri per decade a quote sempre più elevate. È successo all’Tussilago farfara (+405 metri) ed alla Genziana bavarese (+230 metri), che lasciano quindi il posto a piante di media montagna.
Gli studiosi, sono ora organizzati in un network chiamato MIREN (Network di Ricerca per le Invasioni Montane) ed avvertono che il clima acuisce un problema che è in parte naturale, ma in parte anche di origine umana. Tra i maggiori responsabili di questa migrazione ci sono infatti le infrastrutture antropiche come la fittissima rete stradale e ferroviaria, che facilitano l’intrusione delle specie invasive nei rilievi montuosi. Uno studio in Svizzera ha rivelato la presenza di 155 specie invasive in 107 stazioni ferroviarie ed ai fianchi di 125 strade di montagna.
Ci sono poi anche i casi di piante decisamente esuberanti, introdotte per errore in alcune regioni e che poi si sono diffuse a spallate, scalzando le più delicate specie locali. È successo per esempio nel Kosciuszko National Park in Australia, dove lo Sparviere aureo, una pianta resistente al gelo è fuggita dal giardino di qualche cottage turistico. La pianticella ora sta spargendo il panico tra gli amministratori del parco, che non riescono a fermare l’avanzata di questi “alieni”, mai più alti di 40 centimetri ma che stanno cambiando l’ecosistema del parco. Mentre nei paesi più poveri è l’agricultura, praticata a quote sempre maggiori, a favorire la migrazione.
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I paesi più “verdi”: Islanda prima, Italia diciottesima
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Articolo di Carola Frediani-www.corriere.it – scienze
La classifica dell’Indice di performance ambientale presentata a Davos
I Paesi più “verdi” del Mondo: Islanda prima, Italia diciottesima
Sul podio Svizzera e Costa Rica, seguiti da Svezia e Norvegia. Stati Uniti al 61esimo posto

L’Islanda è il giardino del mondo. L’isola nordeuropea è infatti la nazione più verde del pianeta, seguita a ruota dalla Svizzera. La Svezia in quarta posizione e la Norvegia quinta confermano il primato del modello scandinavo, mentre un sorprendente Costa Rica sale sul podio in terza posizione.
L’INDICE – E’ la fotografia scattata dall’Indice di performance ambientale (EPI) 2010, un indicatore prodotto da una squadra di esperti di Yale e della Columbia University e arrivato ormai alla sua terza edizione. I risultati preliminari di quest’ultima revisione biennale sono stati presentati al World Economic Forum, l’incontro economico internazionale in corso a Davos. L’indice classifica 163 Paesi valutando la loro resa su 25 diversi parametri che vanno dalla qualità dell’aria alla gestione delle risorse idriche, delle foreste e della pesca, dalla biodiversità alla salute ambientale, dall’agricoltura al cambiamento climatico.
AFRICA ULTIMA – Se l’Europa si piazza bene – i Paesi del Vecchio Continente costituiscono più della metà delle prime trenta posizioni in classifica – il fanalino di coda è composto dall’Africa sub-sahariana, dove pesano le condizioni di estrema povertà e il difficile accesso all’acqua, ma anche l’assenza di politiche decise. Ultimo degli ultimi è infatti il Sierra Leone, e a risalire s’incontrano Repubblica Centrafricana, Mauritania, Angola e Togo.
STATI UNITI E ITALIA – Ma se il reddito complessivo di un Paese influisce sulla sua performance ambientale, di certo non basta per fargli guadagnare necessariamente un buon piazzamento. Ne sono una dimostrazione gli Stati Uniti, solo 61esimi anche a causa della scarsa risolutezza con cui hanno affrontato le emissioni inquinanti e gas serra. Una colpa che in questo caso non può essere addebitata all’amministrazione Obama, dal momento che i dati dell’EPI sono stati elaborati a partire da rilevazioni precedenti il 2009. L’Italia, dal suo canto, arriva 18esima. Ma meglio di lei si collocano importanti nazioni europee come Francia (7°), Austria (8°), Gran Bretagna (14°), e Germania (17°).
Intervista al ministro: meno caldo nelle case per combattere lo smog
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Intervista al ministro Prestigiacomo sullo smog a Milano – www.corriere.it, di Alessandra Arachi
Il ministro Prestigiacomo: lavoriamo a un Piano nazionale
ROMA – Stefania Prestigiacomo lo smog sta letteralmente attanagliando le città. E il suo ministero, quello dell’Ambiente, che cosa sta facendo?

«Il ministero sono più di otto mesi che sta lavorando insieme con i ministeri dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture per realizzare un Piano nazionale contro lo smog. Una battaglia difficile. Non si può improvvisare. Come, è evidente, non possono bastare i provvedimenti isolati presi dalle singole città».
Si riferisce a Milano, ad esempio? Qui la concentrazione delle polveri sottili sta sforando i limiti quasi tutti i giorni. E allora si sta pensando di tutto: blocco del traffico, targhe alterne per un mese di seguito….
«Milano è leader assoluta in Europa per la battaglia allo smog». E dunque? «Dunque con questo si dimostrano due cose. Che il problema dell’inquinamento urbano esiste, ma che per affrontarlo gli interventi isolati non bastano. Ma anche che i limiti sulle polveri sottili imposti dall’Unione europea sono in assoluto troppo bassi». Che limiti sono? «Non si possono superare la media di quaranta microgrammi per metro cubo per trentacinque giorni, in tutto l’anno. Milano soltanto nei primi ventiquattro giorni di quest’anno li ha superati già diciotto volte. Per questo contro l’Italia l’Unione europea ha aperto una procedura d’infrazione. Anche se non siamo certo soli». Ah no? Chi altro? «Sono state aperte procedure d’infrazione per altri dieci paesi. Come Francia, Germania, Inghilterra, Austria, Spagna…».
Va bene. Ma a parte i limiti, lo smog ce lo viviamo dentro le narici, ogni giorno. Che fare?
«Il Piano nazionale al quale stiamo lavorando ha diversi livelli di intervento. Le linee guida per i comuni, su mobilità sostenibile e risparmio energetico. Ma in particolari situazione climatiche, anche nelle zone più “virtuose” possono diventare necessarie ulteriori misure. Anche impopolari». Impopolari? «Certo. Si può pensare a temporanei limiti di velocità sulle strade a rischio. Come anche ad intimazioni a tenere le temperature più basse negli appartamenti. Ormai facciamo tutti gli americani: vogliamo stare in casa in magliettina anche se fuori nevica. Non si può avere tutto, se ci teniamo alla salute, dobbiamo modificare i nostri stili di vita».
Riscaldamento? Quando si parla di smog si pensa sempre alle automobili, al traffico…
«Le auto sono certo un elemento determinante. Ma non l’unico».
Certo, perchè insieme al monossido di carbonio c’è anche il monossido di azoto tra principali produttori delle polveri sottili. Dunque, i riscaldamenti….
«Dunque le caldaie vecchie che andranno rottamate e sostituite con altre con migliore efficienza energetica. Come andranno rottamati anche i vecchi mezzi di trasporto pubblici ».
Spese non indifferenti. Avete già quantificato?
«Non ancora. Ma cercheremo formule. Ed incentivi. Dobbiamo studiare bene una metodologia. Non vogliamo commettere lo stesso errore fatto per il pacchetto dei mezzi ecologici». Ovvero? Che è successo? «Avevamo messo a disposizione finanziamenti per i filtri antiparticolato con un’agevolazione del 25% per i mezzi pubblici. Le Regioni non hanno accolto positivamente l’iniziativa, l’unica richiesta è arrivata dal comune di Roma».
Chi sta lavorando concretamente a questo piano?
«Il ministero dell’Ambiente come già detto, con Sviluppo economico e le Infrastrutture. Poi, in ogni ministero, gli uffici e le direzioni competenti. Ma al di là di questo Piano nazionale anti Pm10, che oltre alla mobilità e gli usi civili riguarda anche l’agricoltura, c’è da lavorare pure sull’industria».
Ovvero?
«Il ministero dell’Ambiente sta mettendo sotto esame tutti gli impianti industriali più importanti d’Italia, sono circa duecento ».
E che esame devono superare?
«Quello dell’A.I.A. Ovvero l’Autorizzazione integrata ambientale ».
Tradotto?
«È una certificazione per la sostenibilità ambientale degli impianti: chi non è in regola deve provvedere in tempi e modalità stabilite e certe. Tutto ciò servirà anche a ridurre le polveri sottili».
E quante di queste aziende hanno superato l’esame, fino ad ora?
«Una sessantina, circa. Il lavoro è lungo. Ma si andrà avanti, a ritmi serrati, fino alla fine. Quando sono arrivata al ministero di autorizzazione ne era stata rilasciata soltanto una».
Consumi aumentati del 28% in 5 anni
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www.repubblica.it – Ambiente – di ANTONIO CIANCIULLO
I consumi divorano il pianeta
I dati dello “State of the World 2010″, il rapporto del Worldwatch institute. I 500 milioni di dindividui più ricchi del mondo sono responsabili del 50% delle emissioni globali di anidride carbonica. E due cani pastore tedeschi consumano in un anno più risorse di un abitante medio del Bangladeshdi.

QUALCHE zoommata: i bambini inglesi riconoscono più facilmente i diversi Pokémon che le specie di fauna selvatica; i bambini americani di due anni non sono in grado di leggere la lettera M, ma molti riconoscono gli archi a forma di M dei ristoranti McDonald’s; due cani pastore tedeschi consumano più risorse in un anno di un abitante medio del Bangladesh. E un dato d’assieme: i 500 milioni di individui più ricchi del mondo (circa il 7 per cento della popolazione globale) sono responsabili del 50 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica, mentre i 3 miliardi più poveri sono responsabili di appena il 6 per cento delle emissioni di CO2.
Sono alcune delle cifre contenute nello State of the World 2010, il rapporto del Worldwatch Institute (appena uscito negli Stati Uniti, in Italia sarà pubblicato da Edizioni Ambiente) dedicato quest’anno soprattutto a un’analisi dei consumi. Ingozzarsi di cibo e di merci non fa bene né ai singoli né all’ambiente. Dal punto di vista della salute individuale c’è da notare che molti degli individui più longevi consumano 1.800-1.900 calorie al giorno, cibi poco trattati e pochissimi alimenti animali, mentre l’americano medio consuma 3.830 calorie al giorno. Dal punto di vista della salute globale c’è da rilevare che tra il 1950 e il 2005 la produzione di metalli è sestuplicata, il consumo di petrolio è aumentato di otto volte e quello di gas naturale di quattordici; un europeo medio usa 43 chilogrammi di risorse e un americano 88; a livello globale ogni giorno si prelevano risorse con le quali si potrebbero costruire 112 Empire State Building. Circa il 60 per cento dei servizi offerti gratuitamente dagli ecosistemi – regolazione climatica, fornitura di acqua dolce, smaltimento dei rifiuti, risorse ittiche – si sta impoverendo.
Vaticano verde: costruirà la più grande centrale solare d’Europa
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Aticolo di M. Antonietta Calabrò – www.corriere.it
«Missione impatto zero»: pannelli su 300 ettari dove ora ci sono le antenne della Radio vaticana

ROMA – Missione: «impatto zero». Il Vaticano intende creare a Santa Maria Galeria, alle porte di Roma, la più grande centrale solare d’Europa. Attraverso l’energia prodotta dai pannelli che saranno stesi su buona parte dei 300 ettari «extraterritoriali» che appartengono allo Stato della Chiesa in quella località, finora nota solo per le antenne della Radio vaticana e per una brutta storia di inquinamento elettromagnetico, con denunce e anche un tormentato processo penale. Ebbene, Santa Maria di Galeria potrebbe diventare il segno più evidente della «opzione verde» del Vaticano. Perchè si compenserebbero a regime (tre o al massimo cinque anni) le oltre 91 mila tonnellate di anitride carbonica (Co2) che lo Stato più piccolo al mondo rilascia annualmente.
KYOTO – Il Vaticano diventerebbe così il primo Stato a ottemperare completamente al protocollo di Kyoto, azzerando le sue emissioni di gas serra. E ottenendo un notevole risparmio per l’acquisto di energia elettrica, di carburante o per «pagare» le multe previste da Kyoto se si sforano i tetti assegnati. Per il momento è ancora un’idea, non sono stati sviluppati dei piani operativi, cioè non c’è ancora un progetto esecutivo, ma vista l’ottima esperienza che la Santa Sede ha fatto con la copertura a pannelli solari della Sala Nervi, quella delle udienze papali del mercoledì, che da oltre un anno fornisce una quota importante del fabbisogno della Sala e dei palazzi limitrofi, al Governatorato dello Stato della Città del Vaticano hanno pensato di estendere l’esperimento.
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San Francisco: sott’acqua tra meno di 100 anni?
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Articolo tratto da Ambiente – www.repubblica.it
di SARA FICOCELLI
Negli ultimi 100 anni il livello dei mari è salito di 18 centimetri e la temperatura è aumentata di 7 gradi. Secondo la Climate Adaptation Strategy, la west coast verrà sommersa da un metro e mezzo d’acqua entro il 2099
Non bastava la paura del “big one”, il terremoto che a quanto pare prima o poi sconquasserà Los Angeles. I cambiamenti climatici minacciano la California al punto che, stando ai dati raccolti dai cervelloni della Silicon Valley, parte della west coast potrebbe essere sommersa da almeno un metro e mezzo d’acqua entro la fine del secolo. La situazione è talmente preoccupante e difficile da controllare che il governatore Arnold Schwarzenegger ha lanciato l’allarme, facendo appello ai cittadini, alle aziende e al governo centrale affinché si uniscano per contrastare il fenomeno (l’intervento sul sito del California Climate Change Portal).

Che la California sia a rischio non è una novità, tanto che l’amministrazione dello Stato quest’anno ha emanato la Climate Adaptation Strategy, un vademecum in cui si fa il punto della situazione, mettendo insieme i dati raccolti dai ricercatori delle università locali – tra le migliori degli Stati Uniti – e focalizzando il percorso da seguire per limitare i danni.
Negli ultimi 100 anni il livello dei mari è salito di 18 centimetri e la temperatura è aumentata di 7 gradi. Il rapporto del 2009 parla di “progressiva erosione” del territorio, con particolare riferimento alla città di San Francisco. La causa non è solo nel surriscaldamento del pianeta. Gli scienziati denunciano anche l’eccessiva pressione esercitata da strade e abitazioni e uno stravolgimento delle temperature diurne e notturne, con giornate sempre più calde e notti sempre meno fredde. La frase “non esistono più le mezze stagioni” non è un luogo comune ma un problema reale, dato che la mancanza di neve in inverno e lo standardizzarsi delle temperature intorno ai 20 gradi accelera l’innalzamento dei mari anno dopo anno.
A San Francisco il rischio imminente esiste per Ocean Beach, la splendida spiaggia a nord-ovest della città, e per la zona dell’aeroporto, più a sud. Entrambe potrebbero essere sommerse entro il 2099. Per fortuna il resto della City è costruito su un gioco di colline che mettono al riparo gli abitanti, ma la Climate Adaptation Strategy ricorda che la maggior parte delle case californiane è in legno e in molti casi si tratta di costruzioni vecchie (nei quartieri in stile vittoriano, come Height, si parla di dimore “antiche”), che quindi mal sopporteranno questi cambiamenti. Pessima notizia per uno Stato le cui finanze sono dissestate dalla crisi economica e che per recuperare fondi è costretto a indebitarsi.
A Copenhagen l’albero cittadino si accende pedalando!
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Articolo tratto dal sito www.yeslife.it
Copenhagen punta su un Natale tutto ecosostenibile (e ci sembra giusto, dato che questo Dicembre sarà la protagonista dei cambiamenti climatici del mondo).

Il tradizionale albero di Natale nella piazza del municipio sarà infatti rivisitato in chiave green proprio in occasione della COP 15, il vertice ONU sul clima.
Nello specifico, gli abitanti di Copenhagen potranno volontariamente pedalare sulle bici messe a disposizione, alimentando in questo modo l’illuminazione dell’albero di Natale. L’utilizzo dei pedali per alimentare l’albero di Natale farà risparmiare all’ambiente ben nove tonnellate di CO2. E chi meglio di Copenhagen (città con più di 350 km di piste ciclabili) poteva pensare ad una soluzione come questa?
