Silvia Raggi

La rete è il mio mondo

Archivio per la categoria 'Ambiente'

Lo sciacquone che genera energia elettrica

Articolo tratto da www.corriere.it di EVA PERASSO
Il sistema HyDro-Power usa anche l’acqua della doccia e del lavandino. Nei condomini promette grandi risparmi

l’IDEA DI UNO STUDENTE INGLESE

Il sistema HyDro-Power usa anche l’acqua della doccia e del lavandino. Nei condomini promette grandi risparmi

MILANO – Come trasformare acque che andrebbero perse negli scarichi e nelle fogne in energia elettrica gratuita, per illuminare casa e accendere gli elettrodomestici? Uno studente inglese di design industriale ha inventato un sistema che trasforma le acque reflue di casa (che scendono da doccia, lavandini, e dallo sciacquone del wc) in watt. Non un affare da poco, visto che metà del mondo utilizza la toilette e in media lascia scivolare nelle tubature, dopo aver tirato la catena, 7 mila litri di acqua all’anno. HyDro-Power, questo il nome del progetto, è un generatore di corrente dedicato ai condomini. Collegato alle tubature degli scarichi, si occupa di trasformare e creare potenza. Promettendo costi e soprattutto risparmi interessanti.

IL SISTEMA – L’apparecchio funziona così: l’acqua che scende dalle tubature del palazzo viene raccolta e incanalata nella macchina, che con quattro turbine permette subito di azionare un generatore elettrico e ridistribuire l’energia creata o nel palazzo stesso, magari per azionare l’ascensore, o le luci delle scale, o gli impianti di condizionamento condominiali, oppure può essere rivenduta all’operatore elettrico nazionale, come avviene sempre più con gli impianti fotovoltaici. È stato calcolato che, se applicato a un palazzo di sette piani, potrebbe portare a un risparmio medio annuo di circa 1.500 dollari (circa 1.160 euro).

CONCEPT – Per ora Hydro-Power è solo un concept in attesa di trovare un’azienda che voglia produrlo in larga scala. L’idea è di uno studente inglese, Tom Broadbent, iscritto al corso di design industriale dell’università De Montfort nel Leicester, che ha candidamente dichiarato come l’idea gli sia venuta mentre, in hotel, osservava come l’acqua scorreva velocemente nel gabinetto dopo aver tirato la catena.

Legambiente premia i “Comuni Ricicloni”

Articolo di MONICA RUBINO – www.repubblica.it – Ambiente
L’Oscar 2010 per la più alta percentuale di raccolta differenziata è andato a Ponte nelle Alpi, piccolo centro in provincia di Belluno. In totale, quest’anno, Legambiente ha premiato 1.488 comuni, 200 in più della passata edizione. Salerno si conferma campione del Sud

E’ ancora il Nord a fare la parte del leone per la gestione dei rifiuti in Italia: Ponte nelle Alpi, in provincia di Belluno, si piazza infatti al primo posto della classifica di Legambiente che ogni anno assegna gli Oscar del riciclo ai comuni che gestiscono al meglio i propri rifiuti. A livello regionale è il Veneto a svettare con una percentuale del 67% delle amministrazioni virtuose sul totale dei comuni, seguito dal Friuli Venezia Giulia con il 34,2%, dalla Lombardia con il 28,8% e dal Piemonte con il 23,9%.

Le buone pratiche e le performance di successo si stanno comunque diffondendo anche al Centro-Sud. La Sardegna si conferma leader tra le regioni emergenti nella raccolta differenziata per aver raggiunto a fine 2009 una percentuale regionale del 35% (nel 2002 era al 3%). In Campania sono 84 i comuni da cui prendere esempio, con Salerno in testa, e sette comuni rappresentano la Sicilia. Spiccano poi le esperienze dei 37 comuni sardi, dei nove comuni del Lazio, dei quattro calabresi, dei due della Basilicata e, per la prima volta nella storia di Comuni ricicloni, di uno della Puglia (Monteparano, provincia di Taranto).

Una realtà in movimento
Comuni ricicloni 2010 racconta un’Italia in movimento nonostante le difficoltà. Sono 12 milioni infatti gli italiani coinvolti nelle pratiche di raccolta differenziata nei 1.488 che quest’anno rientrano nella classifica virtuosa di Legambiente. Attivando servizi di raccolta differenziata, i comuni premiati hanno evitato l’emissione in atmosfera di 2,3 milioni di tonnellate di CO2, pari al 5% dell’obiettivo del protocollo di Kyoto per l’Italia. A questo risultato bisogna aggiungere anche il fatto che quasi sette milioni di tonnellate di rifiuti sono state sottratte alla discarica.

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Libri: chi sono gli “Editori amici delle foreste”

Articolo di ANTONIO CIANCIULLO – www.repubblica.it – ambiente

IL CASO
“Dove prendete la carta?”
Confronto editori – Greenpeace
L’iniziativa-denuncia dell’associazione ambientalista al Salone del libro di Torino. Solo il 6% degli italiani stampa su carta sostenibile

L’iPad da una parte, la distruzione della foresta pluviale dall’altra. Sono i due scogli in mezzo ai quali dovrà viaggiare nei prossimi anni il libro nelle sua versione cartacea. La prima minaccia ha avuto buona visibilità sulle prime pagine dei giornali, la seconda è stata proiettata sulla giornata d’apertura del Salone del libro di Torino da un rapporto di Greenpeace che ha stilato la classifica Salvaforeste.

Agli editori italiani è stato chiesto se sapevano da dove viene la materia prima che usano: la carta. La maggior parte non lo sa. Cioè non sa ad esempio se nella sua attività quotidiana contribuisce o meno all’incremento dei fatturati dell’Asian Pulp and Paper, il più grande produttore di carta dell’Indonesia e  il secondo a livello mondiale. L’Italia è il maggior cliente dell’Asian Pul and paper, e l’Asian Pulp and paper dagli anni Ottanta a oggi ha distrutto un milione di ettari di foreste nella sola isola di Sumatra contribuendo a fare dell’Indonesia il terzo emettitore  mondiale di anidride carbonica, il più pericoloso dei gas serra. Per ogni tonnellata di cellulosa prodotta da App in Indonesia sono state emesse 34 tonnellate di CO2.

Solo il 6 per cento degli editori italiani (tra cui Bompiani, Fandango, Hacca e Gaffi) stampa i propri libri su carta sostenibile che aderisce al progetto di Greenpeace “Editori amici delle foreste”. Il 55 per cento non ha informazioni chiare sulla provenienza della carta utilizzata. In questo gruppo ci sono i principali editori italiani: Mondadori, Rcs Libri, Gruppo Giunti, Gruppo Mauro Spagnol (da soli valgono più della metà del mercato). Un 20 per cento infine si è dimostrato talmente poco interessato al problema da non rispondere: tra questi Feltrinelli.

La saggezza “verde” degli avi

Articolo di GIULIA CERINO www.repubblica.it – sezione Ambiente

Case, paesaggi, agricoltura, i  saperi “green” dei nostri avi.
Nasce l’Istituto per le conoscenze tradizionali (Itki): una banca dati della Terra, fondata dall’Unesco, che classifica le antiche pratiche “salva-ambiente” in 700 grandi “famiglie”. Per risparmiare, nel presente, l’energia e limitare le emissioni nocive, ma anche per non dimenticare le buone tecniche del passato.

RACCOGLIERE la pioggia in grandi cisterne, costruire tetti verdi per sostituire i condizionatori d’aria o edificare abitazioni con pareti che non solo captano l’acqua ma la restituiscono. Depurata. Oppure vivere in una casa ristrutturata con le malte tradizionali invece che con il cemento, per dimezzare le emissioni di gas serra e la bolletta elettrica degli appartamenti moderni. L’edificio diverrebbe coibentato e l’isolamento varrebbe almeno 5 gradi sia d’inverno che d’estate. Risultato, un risparmio di oltre 2 tonnellate di anidride carbonica per ogni casa. E ancora. Coltivare le zone aride utilizzando reti di gallerie orizzontali per l’irrigazione, come si faceva in Cina o nel Sahara o nella Puglia di 6000 anni fa. Si eviterebbe lo spreco di 300 metri cubi di acqua per ettaro al giorno e riusciremmo a tagliare anche 13 tonnellate di anidride carbonica all’anno sullo stesso ettaro di campo. Basta poco per conseguire questi risultati. Nessuna tecnologia d’avanguardia quanto piuttosto uno sguardo al passato: alle tecniche “green” usate dai nostri avi.

Tecniche tradizionali che risalgono alla preistoria possono oggi essere riproposte come pratiche ottimali per la rigenerazione dei suoli, il risparmio idrico e la lotta alla disertificazione. Le storiche “invenzioni” per risparmiare energia ed emissioni sono tantissime. Ma sono in pericolo. Rischiano di essere dimenticate da governi, amministrazioni e cittadini. Ecco perché è necessario raccoglierle e classificarle in un’unica banca dati. E’ da questa convinzione che nasce l’Istituto per le conoscenze tradizionali (Itki), una grande Banca della Terra che mette a disposizione di governi, amministrazioni pubbliche e cittadini 700 grandi famiglie di tecniche “salva-ambiente” sopravvissute allo scorrere del tempo. Un progetto dell’Unesco nato dalla partecipazione della società Ipogea, del sindaco di Bagni a Ripoli dove sorgerà il Centro, della provincia di Firenze, e di una una folta delegazione di sindaci e amministratori dell’area e tanti altri. “E’ sorto tutto dai sassi di Matera, una città troglodita che ha avuto un grande successo – spiega Pietro Laureano, uno dei consulenti dell’Unesco – da lì, dopo molti sopralluoghi ci siamo chiesti: ‘Perché non dare vita a un centro internazionale’? Ed ecco qui. Si tratta – conclude Laureano – di un patrimonio immateriale trasmesso di generazione in generazione. Saperi del passato di grande utilità nel presente. Riadattabili ai tempi moderni attraverso un uso innovativo del sapere”. Per dare vita, già da quest’anno, alla terza rivoluzione industriale della green economy. Ecco dunque alcune delle tecniche tradizionali classificate per “tema e mestiere”.

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Iniziativa WWF e Repubblica: visita l’oasi e scatta una foto per “la natura fa notizia”

Articolo di BENEDETTA PERILLI – www.repubblica.it – sezione ambiente

Iniziativa del Wwf in collaborazione con Repubblica.it per le prossime domeniche. Del resto “siamo tutti sulla stessa Arca”

Primo appuntamento con la Festa delle Oasi del WWF, la manifestazione che per tre domeniche di maggio (9,16 e 23) apre gratuitamente cento aree naturalistiche protette, e al via l’iniziativa “La natura fa notizia” 1 realizzata in collaborazione con i lettori di Repubblica. it. Si parte domenica 9 maggio: macchine fotografiche alla mano e spirito da reporter, i partecipanti alla ventesima edizione della Festa delle Oasi potranno raccontare la loro giornata tra la natura realizzando una foto-notizia e postandola sulla pagina dedicata all’iniziativa. Ma non solo. Chiunque potrà inviare fotografie di aree naturali o di zone abbandonate che vorrebbe diventassero Oasi protette. Ogni immagine dovrà essere corredata da una didascalia: poco importa che sia descrittiva, ironica o inventata. Lo scopo è quello di trasformare la natura in notizia.

I lettori potranno inviare il materiale prodotto dall’8 al 23 maggio e vederlo pubblicato sul nostro sito e del WWF. Le immagini saranno vagliate da una commissione composta da giornalisti ed ed esperti: la migliore si aggiudicherà un fine settimana per due persone in una Fattoria del Panda, una catena di agriturismi sparsi in tutta Italia che sorgono all’interno o nei pressi delle Oasi. Cento tra le fotonotizie più belle verranno premiate con una t-shirt “Siamo tutti sulla stessa arca”. I risultati dell’iniziativa verranno resi noti, su Repubblica.it e su quello del WWF, il 5 giugno in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente.

Durante la durata de “La natura fa notizia” il nostro sito ospiterà delle finestre periodiche con le fotogallerie delle immagini inviate dai lettori e con delle informazioni sulle attività delle Oasi e sulla biodiversità. Si scopriranno curiosità, come il numero delle specie animali presenti in Italia; si apprenderanno notizie relative alle specie a rischio e agli ambienti naturali presenti sul nostro territorio e si conosceranno gli appuntamenti in programma nel calendario delle Oasi.

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A Teramo la prima eco-giunta comunale. Tutti in bicicletta!

Articolo tratto da www.repubblica.it – cronaca
I membri dell’amministrazione comunale non potranno più prendere l’auto. L’iniziativa è partita dal primo cittadino, Maurizio Brucchi, per raggiungere gli obiettivi europei del 20-20-20. E per spingere le persone a muoversi su due ruote partirà anche un progetto di affitto condiviso di mountain bike


TERAMO – La mobilità sostenibile prima di tutto. Il sindaco di Teramo Maurizio Brucchi (Pdl) l’ha presa sul serio. E così ha bandito l’uso delle automobili per tutti i responsabili dell’amministrazione comunale. Che d’ora in poi si muoveranno in città a bordo di biciclette blu. E’ questa l’iniziativa lanciata dal primo cittadino del comune abruzzese che ha firmato il Patto dei Sindaci della Commissione europea per raggiungere gli obiettivi Ue del 20-20-20. Brucchi si è rimboccato le maniche per rispettare i criteri stilati da Bruxelles sullo sviluppo sostenibile della mobilità. E “per spingere anche i cittadini a muoversi su due ruote – ha spiegato – partirà a breve un progetto di affitto condiviso delle biciclette”.

Che Teramo fosse luogo sensibile alle tematiche green era già cosa nota. Ne è prova, ad esempio, il fatto che tutte le scuole pubbliche sono già dotate di impianti fotovoltaici. E c’è dell’altro. Alla vigilia della cerimonia del Patto dei Sindaci, in cui amministrazione comunali, provinciali e regionali sottoscriveranno l’impegno a percorrere la via del risparmio energetico, della riduzione delle emissioni e dell’utilizzo delle rinnovabili, tutti i rappresentanti della Regione Abruzzo, dei comuni e delle province si sono ritrovati nella sede di Bruxelles per fare il punto della situazione.

Un incontro, questo, dal quale sono emerse nuove iniziative “sostenibili”. Come quella messa in campo a Chieti dove, sempre con un occhio alla mobilità, il Comune, grazie a un finanziamento regionale, realizzerà un sistema di rotonde per evitare le enormi quantità di emissioni prodotte dagli autoveicoli fermi ai semafori.

Il Contratto Ecologista

Articolo tratto da www.yeslife.it – ALESSANDRO INGEGNO

Il Contratto Ecologista è un documento aperto dal quale partire per far nascere un confronto e un’ampia riflessione su pochi ma chiari punti cardine, condivisi da associazioni, gruppi e singoli, al fine di iniziare un nuovo percorso ambientalista per l’Europa.
Il documento iniziale, creato dalla federazione francese Europe Ecologie, elenca diversi punti chiave imprescindibili: occupazione, riconversione economica, efficienza energetica, agricoltura biologica, salute, diritti sociali, biodiversità, diritti umani contro le discriminazioni, conoscenza e solidarietà internazionale.
Due i punti di partenza del documento: la necessità di un’altra organizzazione economica, basata sulla mutazione ecologica della società, settore per settore, per evitare la catastrofe; la garanzia che il cambiamento porterà solo benefici alle popolazioni, attraverso un New Deal ecologico e sociale.
Partendo dalla crisi finanziaria americana, secondo il documento di Europe Ecologie (e non solo), è andato in crisi tutto il sistema come non succedeva dal 1929. E questa crisi è strettamente collegata alle altre crisi: climatiche, energetiche, delle risorse naturali, alimentari. Per questo è necessaria una trasformazione: investire miliardi per salvare industrie obsolete, inquinanti o delocalizzabili non serve a niente, se non a prolungare le cause della crisi. E l’unica via è quella di una conversione ecologica dell’economia, unica risposta responsabile e globale alla crisi del sistema.
Elenchiamo brevemente alcuni punti fondamentali indicati nel documento per promuovere questa trasformazione, che speriamo non si fermi ad una lista di strategie ma che diventi un piano operativo effettivamente attuabile da tutti gli stati europei.


L’occupazione

Risollevare le sorti del lavoro può avvenire tramite una modernizzazione ecologica dell’economia che coinvolga l’insieme delle attività produttive: energia, architettura, edilizia, trasporti, agricoltura, riciclaggio, commercio locale, ricerca e protezione degli ecosistemi. I settori che cresceranno con la lotta contro i cambiamenti climatici e la sostituzione delle energie fossili (energie rinnovabili, efficacia energetica degli edifici e dei processi industriali, trasporti puliti) sono creatori d’impiego più dei settori chiamati alla decrescita nelle loro forme attuali.
Alcuni studi hanno calcolato che entro il 2020 l’Europa potrà creare: raggiungendo il 30% di agricoltura biologica, 1,1 milioni di posti di lavoro; con un piano di innovazione energetica degli edifici, 1 milione di posti di lavoro; raggiungendo il 20% di energie rinnovabili, 1,4 milioni di posti di lavoro; con sistemi di trasporti duraturi, 3,5 milioni di posti; con una miglior gestione delle risorse primarie, 500.000 posti di lavoro; nel settore della ricerca e sviluppo in campo ambientale, 500.000 posti di lavoro; con un piano di salvaguardia del territorio, delle città, turismo verde, gestione della biodiversità, aiutati dai fondi strutturali europei, 650.000 posti di lavoro; e infine con lo sviluppo dei servizi alle persone, riparazione e artigianato, 2 milioni di posti di lavoro.

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Domenica 2 maggio è la giornata del censimento dei corsi d’acqua

Fonte: www.repubblica.it di FEDERICO PACE

“Proteggiamo i fiumi italiani”
La carica di Wwf e volontari
Il 2 maggio è la giornata del censimento dei corsi d’acqua. Un evento collettivo per un screening sullo stato di saluti di 29 tratti fluviali. Punti di incontro su tutto il territorio. In prima fila i ragazzi, con gli studenti-reporter di Repubblica@scuola

Una grande mobilitazione di volontari. Una giornata a diretto contatto con i fiumi per scoprire luoghi incantati e individuare gli spazi che stanno per essere aggrediti e messi in pericolo. Fotografare le sponde. Segnare sulle carte la presenza di costruzioni, impianti di depurazione o discariche. Un evento collettivo e all’aria aperta per scoprire come si fa ad aiutare un corso d’acqua a rimanere in vita e in equilibrio con il territorio che attraversa.

Domenica due maggio, il Wwf dedica una giornata intera al censimento dei fiumi. C’è già una grande adesione e i punti di incontro sono dislocati in diverse province (vedi l’elenco) 1. Chi parteciperà, darà il suo apporto alla realizzazione di una vera e propria mappa dello stato di salute dei nostri corsi d’acqua. Il lavoro è complesso e entusiasmante allo stesso tempo. “Censiremo 29 tratti fluviali in tutta Italia  -  spiega Andrea Agapito, responsabile Acqua del Wwf Italia  – per avere una foto delle loro condizioni, capire quanto sono stati cementificati o quanto degrado c’è. Ma anche per scoprire quante sono le zone di interesse naturalistico ambientale.”

La preziosa risorsa. Nella lista c’è il Tagliamento, forse uno dei fiumi più belli d’Europa, nel tratto pedemontano, da anni sottoposto a rischi. C’è il Piave, fiume storico alle prese con un grande problema di escavazioni. Sull’Adda, nonostante due parchi, sono in corso progetti di navigabilità del corso d’acqua che, per fare andare dei barchini turistici, prevedono escavazioni in zone protette. C’è l’Aniene, nel Lazio, con una serie di proposte per la riqualificazione. C’è il Sangro in Abruzzo, quasi un fiume-simbolo se si pensa all’immagine degli anni Novanta che mostrava la canalizzazione per chilometri con le sponde di cemento poi distrutte dal fiume stesso. C’è anche l’Agri in Basilicata, uno dei rari bacini del centro sud dove è ancora presente la lontra. E c’è il Delta del Po che solo tre mesi fa è stato, dolorosamente, ferito dall’onda inquinata del Lambro.

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Golfo del messico: 5 mila barili di greggio fuoriescono ogni giorno

Fonte: www.repubblica.it

Marea nera, c’è una terza falla, in acqua 5mila barili al giorno
Individuata un’altra fuoriuscita di greggio nella piattaforma BP affondata. Il petrolio dispero in mare è cinque volte superiore alle stime precedenti. Inutile in tentativo di isolare la chiazza con l’incendio controllato. E New Orleans si prepara al peggio
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NEW ORLEANS – Nella piattaforma della Bp affondata nel Golfo del Messico è stata scoperta una terza falla sottomarina. Aggiornando il calcolo sulla quantità di greggio fuoriuscita, si arriva a una portata di di 5mila barili al giorno, cinque volte superiore a quella precedentemente stimata. Quanto basta per mettere in grandissimo allarme le coste degli Stati Uniti. La Bp, pur ammettendo l’esistenza della terza falla, a una profondità di 1.550 metri, contesta i dati sulla quantità di fuoriuscita di greggio, restando ferma sulla stima precedente mille barili al giorno e intanto accetta l’aiuto dellesercito americano.

Minacciate sempre più da vicino la Louisiana e New Orleans in particolare, che vedono avvicinarsi inarrestabile la chiazza di petrolio, estesa lungo un fronte di 160 chilometri per 70 di ampiezza. Le prime macchie di petrolio dovrebbero raggiungere la costa nella serata di oggi. A nulla è servito per ora né l’utilizzo di robot sottomarini per tamponare le falle né la strategia di un incendio “controllato” per isolare e frenare la chiazza di greggio.

L’intervento condotto ieri dalle squadre di soccorso è consistito nell’isolare porzioni della chiazza e appiccarvi fuoco. Il primo incendio controllato è stato appiccato alle 16:45 ora locale ed è stato lasciato bruciare per circa un’ora; gli altri hanno mandato in fumo tra il 50 e il 90 per cento del greggio isolato. L’operazione continuerà anche nei prossimi giorni, sebbene questa procedura presenti gravi pericoli per l’ambiente.

Per proteggere quello della Louisiana, il governatore Bobby Jindal ha chiesto fondi supplementari al dipartimento per la Sicurezza interna di Janet Napolitano. Ma già si lavora alla protezione delle coste dalla marea nera. Come racconta un esperto del NOAA (National Oceanic and Atmospheric Admnistration) al New York Times, “sono già stati disposti 30 chilometri di barriere lungo la costa, con altri 150 pronti ad essere posizionati. Altre misure che stiamo per mettere in atto sono l’uso dei cannoni per spaventare gli uccelli e farli volar via e l’impiego dei battelli dei pescatori per versare detergenti dove ci sono le secche”.
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Ancora sul nucleare: nuovo rapporto, nuove polemiche

Articolo di CARMINE SAVIANO da www.repubblica.it online

Inutile, dannoso e costoso, ambientalisti si mobilitano.
Un rapporto presentato dai Verdi nel 24mo anniversario di Chernobyl: in Italia ci sono 90 mila tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi, nei 20 anni seguiti alla chiusura delle centrali il nostro Paese ha speso 12 miliardi di euro. Verso un Comitato nazionale

Dodici miliardi di euro in vent’anni. E’ quanto in Italia è stato speso dalla chiusura delle centrali nucleari ad oggi. Soldi utilizzati esclusivamente per gestire le scorie radioattive. E che non hanno  finanziato né nuove ricerche su energie rinnovabili né la costruzione di un deposito unico nazionale. La denuncia è contenuta in un dossier presentato dai Verdi in occasione del 24° anniversario del disastro di Chernobyl: “L’Italia paga per il nucleare che non ha”. E riparte la mobilitazione ambientalista. Per Legambiente “la scelta del governo di far ritornare il nucleare in Italia è rischiosa e sbagliata”. E sul deposito nazionale di scorie crescono le preoccupazioni in merito all’ipotesi di costruirlo nell’area del Garigliano, tra la provincia di Caserta e quella di Latina. “Proprio in quella zona, abbiamo già avuto la nostra piccola Chernobyl”.

Il dossier dei Verdi. Novantamila metri cubi di rifiuti tossici e radioattivi. A tanto ammonta il lascito delle centrali nucleari italiane, chiuse nel 1990. Un’enorme quantità di scorie sparse in tutto il Paese. Una bomba ecologica non ancora disinnescata che lo Stato sorveglia al costo di 500 milioni di euro l’anno. Soldi, naturalmente, pubblici. Sessantacinquemila tonnellate di questi rifiuti di seconda e terza categoria “provengono dalle centrali in dismissione”. Per completare il quadro, bisogna aggiungere “una produzione annuale di 1.000 metri cubi di scorie provenienti da usi medici e industriali”. E le scorie non invecchiano. La loro pericolosità è quasi permanente. “Quelli di seconda categoria sono rifiuti pericolosi per circa 300 anni mentre quelli di terza rimangono carichi di radioattività anche per 250mila anni”.

L’accordo con la Francia. Al centro delle polemiche, l’accordo che il governo italiano ha sottoscritto con la Francia 1 per la costruzione di reattori nucleari. E Angelo Bonelli, presidente dei Verdi, ha un sospetto: “Con Parigi potrebbero esserci altri accordi, riservati, per la costruzione di armi atomiche”. Anche Legambiente critica la scelta del governo. Affidando le proprie motivazioni a uno studio condotto sulla tecnologia nucleare francese. Quella che l’Italia dovrebbe importare. E l’EPR, la sigla che identifica il reattore d’oltralpe, viene definito “un bidone”.

Verso un Comitato Nazionale Antinucleare.

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