Così si sollevano gli Appennini e si scatenano terremoti
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Articolo di Franco Foresta Martin – www.corriere.it
Ricostruita nel dettaglio la formazione dei Monti in corrispondenza dell’Italia Centrale.
La «Placca Adriatica» si immerge sotto la catena montuosa causando la spinta in alto e i sismi.
MILANO – I Monti Appennini, spina dorsale dell’Italia, per quanto vecchi -si stima che il loro sollevamento sia iniziato circa 30 milioni di anni fa- continuano a crescere di alcuni centimetri al secolo e la forza che li spinge in alto è la stessa che, di tanto in tanto, scatena i temibili terremoti dei Paesi arroccati nell’interno della nostra Penisola. I dettagli della complessa dinamica che interessa una rilevante porzione di Appennini fra la Toscana, l’Umbria, le Marche e il Lazio, sono stati ora chiariti da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV): Claudio Chiarabba, Pasquale De Gori e Fabio Speranza, con uno studio pubblicato sulla rivista della Geological Society of America «Lithosphere» (vol.1, n.2, 2009).

LA PLACCA ADRIATICA – Alla base del meccanismo evolutivo di questa parte degli Appennini -riferiscono i ricercatori INGV- c’è lo sprofondamento o subduzione di una porzione della crosta e del mantello (litosfera) della «micro placca Adriatica», che si trova più meno nell’area su cui giace l’omonimo mare. Questa porzione quasi laminare di superficie terrestre si immerge sotto la nostra Penisola con moto da Est verso Ovest causando, a ridosso dell’immersione, compressione e sollevamento della catena appenninica; più in là, verso Ovest, distensione e stiramento. Ma come è stato possibile ricostruire la dinamica delle forze in gioco e dei fenomeni associati alla subduzione della micro placca Adriatica? La risposta viene dal portavoce del gruppo, Claudio Chiarabba: «Siamo partiti dallo studio dei terremoti che si sono verificati tra il 2000 e il 2007. La distribuzione degli ipocentri lungo un piano inclinato verso Ovest, le caratteristiche della crosta individuate grazie alla tomografia sismica, e l’analisi dei meccanismi focali delle varie scosse, ci hanno portato a ricostruire, fino a una profondità di circa 60 km, il cosiddetto “piano di Benioff” lungo il quale parte della crosta inferiore sprofonda insieme al mantello».
Associato al fenomeno, aggiunge Chiarabba, c’è anche il rilascio di anidride carbonica da parte delle rocce profonde coinvolte nel fenomeno di sprofondamento: «Proprio l’anidride carbonica, risalendo attraverso le fratture della crosta, sembra costituire uno dei meccanismi di innesco dei terremoti appenninici. Questa dinamica ha scatenato sicuramente le lunghe sequenze sismiche di Norcia (1979) e Colfiorito (1997); e probabilmente anche quella dell’Aquila (2009)». I fenomeni messi in luce dai ricercatori INGV, tuttavia, sono peculiari dell’Appennino Centrale: altrove, precisa, Chiarabba, i processi che producono i forti terremoti di altre porzioni di Appennino sono significativamente diversi.
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