Archivio per novembre, 2009
Pannolino Amico di cotone: progetto in provincia di Brescia
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Aricolo di Cinzia Sasso per www.repubblica.it – ambiente
CONCESIO- Il paese che non usa più i pannolini è alle porte di Brescia e all’ingresso della Valtrompia ed era conosciuto finora – tanto per mischiare il sacro al profano – per aver dato i natali a papa Montini e la cittadinanza italiana a Mario Balotelli.

Qui, adesso, nelle villette dai giardini ordinati, appena nasce un bambino, prima ancora che sulla porta venga appeso il fiocco rosa o celeste, arriva una lettera: cara mamma – dice – le rubiamo pochi minuti per proporle di entrare a far parte di un nuovo progetto. Si chiama Pannolino Amico, è gestito dall’Associazione Eva, e ha l’ambizione di trasformare Concesio in una capitale, quella della clean economy. I pannolini usa e getta costituiscono il 15 per cento dei rifiuti non riciclabili. I componenti chimici utilizzati per renderli assorbenti danneggiano la pelle dei bambini, tanto che secondo uno studio tedesco le dermatiti sono aumentate in questi anni dell’857 per cento e perfino la crescita dell’infertilità maschile viene fatta risalire all’aumento di temperatura causata dal pannolino. A ogni famiglia costano, per i tre anni in media in cui vengono utilizzati, una cifra che supera i 1.500 euro.
Da luglio sono 92 le mamme che hanno aderito e che hanno ricevuto, gratis, il kit necessario: tre mutandine e 24 pannolini di cotone, di quelli da lavare e riutilizzare. E se a convincerle sono state le assicurazioni che “non è un ritorno al passato, i pannolini di stoffa sono uguali a quelli usa e getta: semplicemente, anziché gettarli nel pattume, si mettono in lavatrice”, adesso sono loro a spiegare perché non tornerebbero più indietro. L’associazione ha chiesto alle mamme di tenere un diario quotidiano per misurare le difficoltà e per verificare se la prima delle obiezioni – ci vuole troppo tempo e troppo lavoro – è fondata. Ed ecco cosa scrive Alessandra: “All’inizio ero titubante, poi ho visto che basta impratichirsi”.
Luisella: “Per il mio primo figlio avevo il bidone della spazzatura sempre pieno e mi chiedevo se ci fosse un modo per inquinare di meno”. Gianna: “Ho fatto il conto: servono 20 minuti alla settimana, tre minuti al giorno”. Marina: “Temevo che il bambino restasse bagnato, ma non è vero”. Chiara: “Mi piace toccare il cotone e sentire il profumo di pulito quando si asciuga al sole”. Soprattutto, però, la dicono lunga i numeri: solo due famiglie hanno desistito.
Maria Braibanti è la ginecologa che ha ottenuto l’appoggio del comune (che ha stanziato 23 mila euro), di A2a, l’utility dei rifiuti (che, su richiesta della Regione Lombardia, allargherà il progetto a tutta Brescia), e delle farmacie. “L’ostacolo principale – racconta – è stato convincere le nonne e i mariti. Per la generazione del ‘68 quella dei pannolini usa e getta è stata una conquista e questo sembrava un ritorno al passato, verso la schiavitù dei lavori domestici. I mariti, invece, erano preoccupati che i panni dei bambini, in lavatrice insieme a tutti gli altri, sporcassero le loro camicie. L’esperienza ha mostrato che tutte e due le preoccupazioni erano infondate”.
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Obama: entro 10 anni meno emissioni del 17 %
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Fonte: www.repubblica.it – ambiente – di Antonio Cianciullo
La proposta del presidente Usa per il vertice di Copenhagen. “Arrivare ai tagli di inquinamento del 42% per il 2030. La Casa Bianca, dunque, rilancia con un programma per i prossimi 20 anni

WASHINGHTON – Obama apre su Copenaghen e rilancia. Smentendo le voci circolate tra i suoi collaboratori, il presidente americano ha reso ufficiale la sua presenza alla conferenza sul clima che si aprirà il 7 dicembre nella capitale danese: arriverà il 9 dicembre prima di proseguire per Oslo dove ritirerà il Nobel per la pace.
La Casa Bianca non giungerà a Copenaghen a mani vuote. La proposta statunitense è un taglio delle emissioni serra, rispetto ai livelli del 2005, del 17 per cento entro il 2020, del 30 per cento entro il 2025 e del 42 per cento entro il 2030. In pratica un’anticipazione della possibile versione finale della legge statunitense che sta percorrendo l’iter parlamentare.
I numeri parrebbero riallineare perfettamente gli Stati Uniti alla posizione europea, facendo dimenticare il summit in cui Washington e Pechino sembravano aver cancellato dall’agenda politica la conferenza di Copenaghen. Ma in realtà uno scarto resta. Obama (che non arriverà a Copenaghen assieme agli altri capi di Stato, attesi la settimana successiva) propone tagli che fanno riferimento, come anno base, al 2005, mentre la negoziazione internazionale basata sul protocollo di Kyoto prende come punto di riferimento il 1990. E visto che, nei 15 anni in questione, le emissioni sono cresciute sensibilmente, la differenza è consistente: il 17 per cento calcolato sul 2005 equivale al 4 per cento calcolato sul 1990; il 30 per cento equivale al 18 per cento; il 42 per cento equivale al 32 per cento.
L’Unione europea invece propone un taglio del 20 per cento al 2020 (rispetto al 1990) ed è disposta a portarlo al 30 per cento se si troverà un consenso internazionale ampio per una politica di forte impegno verso l’efficienza energetica e le rinnovabili. E anche il Giappone propone il 25 per cento al 2020. Quindi la differenza numerica resta, ma il significato politico della mossa di Obama è netto: un riconoscimento della conferenza di Copenaghen, e dunque delle Nazioni Unite, come elemento centrale di una trattativa che può andare in porto solo se si registrerà un vasto consenso a livello globale.
Il punto fondamentale è firmare un accordo vincolante, poi ci sarà tempo per correggere i numeri”, commenta Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto Club, il cartello delle imprese impegnate in campo ambientale. “E’ già successo con il protocollo di Montreal sui cfc, i gas che bucano l’ozono. Una prima intesa è stata rapidamente superata da un accordo più stringente”.
Iceberg gigante
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Articolo tratto da www.Corriere.it
Al largo dell’isola di Macquarie un iceberg gigante nell’oceano Pacifico lungo 500 metri e alto 50, rappresenta un evento raro. Se si rompesse, sarebbe un pericolo per la navigazione.

Cinquecento metri di lunghezza e cinquanta di altezza: tanto misura un iceberg che sta navigando nel mare tra il Circolo polare antartico e l’Australia, al largo dell’isola di Macquarie, un’area dove i “giganti di ghiaccio” si vedono molto raramente. I primi ad avvistarlo sono stati gli esploratori della Australian Antarctic Division. «Non avevo mai visto niente del genere: abbiamo lanciato uno sguardo all’orizzonte e ci siamo trovati davanti questa enorme isola ghiacciata – dice Dean Miller, studioso di foche e membro della spedizione antartica -. Per me è stato un grande momento, non avevo mai visto un iceberg prima d’ora».
UN CASO RARO – Secondo il glaciologo Neal Young il gigante si sarebbe staccato 8 o 9 anni fa dall’area del Ross Ice Shelf, la più vasta piattaforma di ghiaccio dell’Antartide (487mila km quadrati). «È la prima volta che vedo un iceberg al largo dell’isola Macquarie da molti, molti anni – spiega Young -. Ora potrebbe dirigersi verso la Nuova Zelanda o potrebbe ruotare attorno a se stesso». Al momento si muove lentamente verso nord e non rappresenta un pericolo per la navigazione, ma potrebbe diventarlo se dovesse rompersi in più pezzi nei prossimi mesi o anni. «Fatti come questi saranno sempre più comuni se il cambiamento climatico continuerà a procedere alla velocità attuale» mette in guardia il glaciologo. L’isola di Macquarie è un sito protetto dall’Unesco e ospita un’enorme colonia di pinguini reali dal ciuffo dorato (o Eudipte della Nuova Zelanda), insieme a pinguini Re ed elefanti marini.
Fonte: L. Cu. sezione Scienze
Ecodensità per eliminare Co2. Più o meno ecologico?
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Articolo di Giacomo Magatti www.yeslife.it

Secondo la teoria dell’ecodensity, il futuro delle città è di concentrare la densità abitativa per ridurre gli spostamenti, e quindi le emissioni di co2, e aumentare in questo modo l’efficienza energetica.
Forse per la prima volta nella storia, c’è la sensazione che lo spazio sul pianeta si stia esaurendo. I concetti di sostenibilità ambientale e rispetto per le risorse, tra cui c’è evidentemente anche il suolo, chiudono le porte alla percezione di avere spazio infinito da occupare. Anzi, l’urgenza diventa quella di preservare le poche aree libere e ottimizzare quanto già occupato. Concetto che però sembra stridere decisamente di fronte alla crescita demografica mondiale.
La teoria dell’ecodensity potrebbe dare una risposta alla premessa appena fatta. L’idea è al tempo stesso molto semplice e apparentemente assurda: l’aumento di densità è la scelta più ecologica ed avvicina alla sostenibilità urbana. C’è molto sostegno tra gli studiosi all’ipotesi dell’inurbamento di massa per cui si ritiene che nel mondo si consolideranno una ventina di megalopoli da cinquanta-cento milioni di abitanti ciascuna, nate dalla fusione di grandi città vicine tra di loro.
L’immagine che se ne ottiene è di un mega concentrato di strutture antropiche che non è francamente quanto corrisponda comunemente al concetto di ecologico e sostenibile.
Effettivamente però lo scenario opposto dell’ideale della villetta unifamiliare per tutti potrebbe creare molti più impatti negativi. La concentrazione della densità porterebbe infatti alla riduzione degli spostamenti di persone e cose e farebbe aumentare il risparmio energetico, tutto certamente a patto di costruire edifici efficienti e con spazi verdi; in pratica usare la densificazione per proteggere l’ecologia locale e globale e per ridurre l’impronta ecologica della città. Cioè al posto che andare a erodere nuovo terreno da edificare, riconvertire quanto già c’è, aumentando la densità abitativa mantenendo al contempo standard elevati di qualità della vita e bassi impatti ambientali. È la stessa idea proposta per la gestione dell’area metropolitana milanese in vista dell’expo 2015.
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Gli alberi in salotto
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Articolo di LARA GUSATTO – Ambiente – www.repubblica.it
Roald, architetto della foresta
Piante e rami non lavorati al posto di travi lisce e piallate. Sono questi i materiali con cui un designer del Wisconsin costruisce e arreda le sue abitazioni ecologiche. “Qual è l’utilità di una casa se non c’è un pianeta decente in cui costruirla?”

Foto di Paul Kelly, dal sito wholetrees.com
Dopo lo stile liberty, il minimalista e il cyber moderno, l’architettura scopre una nuova tendenza: il bio-design. I profumi e le forme della foresta entrano in casa e ne diventano la struttura portante. Roald Gundersen, 49 anni, è l’eco-architetto che vuole rivoluzionare l’industria delle costruzioni. Vive nel Wisconsin (Stati Uniti) dove dirige la Whole Trees Architecture and Construction. Un’azienda specializzata nel design verde e negli edifici naturali. E’ partito dalla sua casa, dove tuttora vive con la famiglia, per arrivare ad arredare ristoranti e centri studi.
La casa a chilometri zero. La materia prima è scelta con cura: solo alberi che hanno perso la loro corteccia, piante malate, la cui eliminazione andrà a tutto vantaggio del bosco in cui crescono permettendo agli altri esemplari di ottenere più luce, aria e sostanze nutritive. Il suo lavoro è simile a quello di un giardiniere che libera il roseto dalle erbacce, solo che in questo caso, le piante infestanti invece di finire al macero vengono riutilizzate per creare abitazioni resistenti, belle e a chilometri zero.
Un pioppo in cucina. La sua prima casa, la A-frame, costata 15 mila dollari e 12 mesi di lavoro, l’ha costruita 16 anni fa con gli alberi della foresta di fronte, così come la serra solare e la Book End, una piccola dependance edificata con i “morti in piedi” come li chiama Roald, nome macabro per indicare gli olmi uccisi dai coleotteri. Ma qual è la particolarità delle case di legno costruite da questo architetto della foresta? Roald non modifica la materia prima a sua disposizione, la lascia grezza: gli alberi non vengono trattati, ma utilizzati con tanto di imperfezioni, rami e curvature.
La Terra: un ecosistema delicato. Sostenitore dello slow food, delle risorse rinnovabili e di uno stile di vita semplice e sostenibile, Roald ha una visione coincidente con quella del poeta ottocentesco Henry David Thoreau: “Qual è l’utilità di una casa se non c’è un pianeta decente in cui costruirla?” E la sensibilità nei confronti della Terra Roald l’ha sviluppata da giovanissimo guardando le immagini inviate dagli astronauti dell’Apollo 11 in occasione dello sbarco sulla Luna. A nove anni ha compreso la fragilità del nostro Pianeta, un gioiello solitario sospeso nello spazio.
Ecoabitare in dicembre a Milano
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Articolo tratto da www.yeslife.it
Vi presentiamo con un po’ di tempo in anticipo una manifestazione che sta diventando sempre più importante a Milano: EcoAbitare, salone dedicato alle energie rinnovabili, all’isolamento termico, alle finiture e agli impianti per la casa e per l’abitare ecologico.

La manifestazione si svolgerà dal 5 al 13 Dicembre all’interno del famossimo Artigiano in Fiera, campionaria dell’artigianato mondiale.
EcoAbitare è giusta alla sua seconda edizione, dopo un’ottima performance del 2008: 167 espositori, suddivisi tra Italia, Belgio, Francia, Germania e Spagna su una superficie di 8.500 metri quadrati.
I visitatori dell’anno passato sono stati più di 3 milioni, davvero numeri da capogiro.
Vi invitiamo a fare un giro per gli acquisti di Natale ad Artigiano in Fiera, ma anche per scoprire tutte le innovazioni e le tecnologie che saranno presenti ad EcoAbitare, per una casa a basso impatto ambientale.
Per iniziare a programmare le vostre settimane pre-natalizie: www.ecoabitare.net
La bici a idrogeno
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Dal sito www.corriere.it – articolo di Giovanni Caprara
Con un pieno dI 18 euro si macinano 150 KM. L’hanno costruita al CNR di Messina
Ecco la bici superpulita a idrogeno
L’energia prodotta da una cella a combustibile alimenta un motore elettrico che aiuta il ciclista a far meno fatica.

È arrivata la bicicletta superpulita a idrogeno. L’hanno costruita gli specialisti dell’Istituto di tecnologie avanzate per l’energia del CNR di Messina. Il prototipo funziona egregiamente e presto potrà correre sulle strade perché c’è già chi è interessato a produrla.
COME FUNZIONA – In pratica è una bici con una cella a combustibile che produce energia elettrica. Questa energia alimenta un motore elettrico che aiuta i pedali e le gambe del ciclista a fare meno fatica. Infatti Giorgio Dispenza che l’ha ideata e costruita assieme a Vincenzo Antonucci la definisce una bicicletta «a pedalata assistita». Con un pieno di idrogeno del costo di 18 euro (12 centesimi a chilometro) si possono macinare 150 chilometri in perfetta sicurezza perché l’idrogeno non è allo stato liquido ma viene immagazzinato in una riserva «solida» di idruri metallici. L’idrogeno combinato con l’aria aziona la cella combustibile che genera l’energia elettrica necessaria al motore. Un sensore nei pedali “dice”, quindi, allo stesso motore di quanta potenza ha bisogno perché la pedalata sia efficace.
RIFORNIMENTO – «In Italia – nota Dispenza – la legge vieta che la bici possa andare con il motore senza pedalare e il nostro prototipo risponde bene all’esigenza di far fare meno fatica a chi pedala consentendo un utilizzo del mezzo più intenso, rispettando l’ambiente». Ma dove si fa il rifornimento che oggi richiede 15 minuti? «Il nostro progetto – risponde Antonucci – prevede anche la realizzazione di un distributore che fornisce idrogeno estraendolo dall’acqua con l’energia solare. E questo abbasserà il costo del combustibile garantendo con il suo impiego emissioni zero». «La bici a celle a combustibile a pedalata assistita – aggiunge Dispenza – ha vantaggi superiori ai mezzi a batteria tradizionale oggi disponibili».
È LEGGERISSIMA – La bicicletta a idrogeno, inoltre, è leggerissima perché costruita interamente in fibra di carbonio. In questi giorni è stata presentata alla rassegna «H2Roma Energy & Mobility Show». Il progetto del CNR è frutto della collaborazione con la società Tozzi Renewable Energy (TRE). La nuovissima “dueruote verde” dovrebbe essere pronta per l’esposizione al Motorshow di dicembre nella sua versione definitiva per il mercato.
Giovanni Caprara
Autonoleggio e car leasing: “Flotte Verdi” per ridurre la Co2
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Un circolo virtuoso a favore dell’ambiente. E’ quanto intende introdurre la onlus “Terra!” che propone la riduzione delle emissioni di CO2 attraverso l’incremento delle “Flotte Verdi” da parte delle aziende di autonoleggio e di car leasing.

Il “trucco” è semplice basta che le società del settore si impegnino ad acquistare veicoli maggiormente rispettosi dell’ambiente stimolando così le case automobilistiche a incrementare la produzione di auto ecologiche pur di non rinunciare a una cospicua fetta del mercato dell’auto che ammonta circa al 30% di tutte le vetture vendute in Europa.
Ecco quindi che Terra!, tra le principali associazioni ambientaliste italiane che si occupano di trasporti e mobilità, insieme ad altre sei organizzazioni di Germania, Regno Unito, Francia, Danimarca, Olanda e Italia, ha lanciato un nuovo progetto finanziato dal Dipartimento dei trasporti olandese, dal nome “Flotte Verdi”.
“Il progetto ha due obiettivi generali – ha dichiarato Daniel Monetti di Terra! – il primo è quello di ottenere automobili più efficienti sulle strade italiane ed europee. Il secondo obiettivo è quello di mandare un segnale forte ai produttori di autoveicoli europei, ovvero che i maggiori acquirenti richiedono una tecnologia dei trasporti più efficiente e più sostenibile, il prima possibile.”
D’altronde il mercato sembra premiare l’acquisto di veicoli in grado di consentire un risparmio economico nell’acquisto di carburante e che al tempo stesso riservino maggiore attenzione all’ambiente. “Ma per raggiungere questo obiettivo – ha proseguito Monetti – i produttori di auto devono iniziare ad innovare seriamente, verso quello che è già stato riconosciuto come il mercato del futuro – l’elettrico – e non continuare a fare greenwashing senza assumersi le proprie responsabilità, visto che dal 1998 a oggi non sono stati in grado di rispettare neppure gli impegni volontari per diminuire la media totale delle emissioni di CO2.”
A questo punto entrano in gioco le compagnie di car leasing e autonoleggio che si impegnano, firmando una dichiarazione d’intenti, a ridurre le emissioni medie di CO2 delle proprie flotte auto. Flotte Verdi prevede 3 livelli di premiazione alle aziende, sulla base degli impegni e dei risultati raggiunti per le emissioni medie delle flotte di auto: 140 g CO2/km: Emblema di Bronzo 130 g CO2/km: Emblema d’Argento 120 g CO2/km: Emblema d’Oro.
Obiettivi che dovranno essere raggiunti entro l’anno 2012. In cambio le compagnie potranno fregiarsi inoltre dell’emblema internazionale “Cleaner Car Contracts” a dimostrazione degli sforzi profusi per ridurre le emissioni di CO2. (m. r.)
