Silvia Raggi

La rete è il mio mondo

Archivio per settembre, 2009

560mila moduli solari per il Brandeburgo

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Quando alla fine del 2009 sarà a regime genererà 53 megawatt di potenza attraverso i suoi 560mila moduli solari distribuiti su un’area di 162 ettari, pari a 210 campi di calcio. Un’energia, questa, che verrà immessa direttamente nella rete elettrica del Brandeburgo per contribuire a soddisfare il fabbisogno dei circa 2,5 milioni di abitanti della regione. “Questo progetto dimostra la grande dinamicità delle nuove fonti di energia’’, ha commentato il candidato socialdemocratico alla cancelleria, Frank-Walter Steinmeier. “Esso è fondamentale per far fronte al cambiamento climatico e crea centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro”, ha aggiunto.
Realizzato dalla tedesca Juwi e dall’americana First solar, il nuovo parco sorge all’interno di quello che fino all’inizio degli anni Novanta era il più grande campo di addestramento militare dell’ex Germania dell’est, denominato appunto Lieberose, oggi di proprietà della Regione. L’intera aerea è di circa 27mila ettari, di cui circa 300 sono stati concessi in leasing alla Juwi. “Lieberose rappresenta un esempio di successo che unisce la protezione del clima, l’alta tecnologia e la conservazione attiva della natura”, ha detto in un comunicato il co-fondatore della Juwi, Matthias Willenbacher.

Libri ecologici- Consigli su cosa leggere e riciclare

Alessandro Ingegno su Yeslife propone libri ecologici e libri da riciclare.

Non sapete quale libro scegliere per la vostra prossima lettura? Ecco a voi qualche consiglio sui libri green ed ecologici più interessanti del momento! E una volta finito di leggerli… vi raccontiamo come riciclarli!

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No, non è una battuta, ma l’originale idea del gruppo creativo giapponese Tokyo Pistol che ha creato un connubio tra l’amore per la natura e l’amore per la lettura. Si chiama Honbachi (che in giapponese sta per bonsai) ed è una linea creata allo scopo di avvicinare il pubblico alla natura attraverso i libri.
Il kit di ogni prodotto comprende un vecchio libro scavato, un po’ di terra da inserire al suo interno e una pianticella da piantare. E avremo così il nostro originalissimo vaso.
Ciò non toglie che potremmo benissimo auto-produrre il nostro vaso senza bisogno dei giapponesi, magari utilizzando qualche vecchio libro che proprio non siamo riusciti a finire per la noia.
Il concept da cui sono partiti i “creativi” giapponesi infatti è molto semplice, riutilizzare vecchi libri cambiando la destinazione d’uso. E’ per questo che, con un po’ di fantasia e voglia di creare, potremmo noi stessi re-inventarci oggetti concavi da sfruttare in modo ancora più originale e personalizzato come vasi per le nostre piantine.
A proposito di libri ecologici ecco qualche consiglio tratto dalla libreria di Yes.life, con la speranza che non siate tentati di riempirli con la terra durante la lettura :) .
La prima segnalazione di libro ecologico è “Intelligenza ecologica”, di Daniel Goleman. L’autore è considerato uno dei massimi esperti di “varietà di intelligenza” e affronta le tematiche ecologiche da un nuovo punto di vista: “la cura per l’ambiente non è un movimento o un’ideologia, è il nostro prossimo gradino evolutivo “. Un libro da leggere per capire quali saranno le tendenze della produzione industriale a venire. Una competizione giocata sull’impatto ambientale, sulla minimizzazione dei rischi per la salute e sulla sostenibilità ambientale.


Il nostro secondo consiglio è “State of the world 2009. In un mondo sempre più caldo”, a cura del Worldwatch Institute. Il libro parte dall’alba del 2101. L’umanità è riuscita a sopravvivere agli effetti devastanti del riscaldamento globale ed è meglio nutrita e più sana di quanto non fosse cento anni prima. Ma cosa ha fatto nel 21° secolo, e in particolare nel 2009 e negli anni immediatamente seguenti, per scampare alla catastrofe annunciata dei cambiamenti climatici? E’ proprio a questa domanda che i responsabili del rapporto “State of the World 2009” hanno chiesto, a uno staff di oltre 40 autori, di fornire delle possibili risposte. Il risultato è uno scenario complesso e molto interessante.
La terza segnalazione è “I giardini di Manhattan”, di Michela Pasquali. Si tratta di storie di guerrilla gardening, la nuova tendenza green urbana che prevede un’invasione di piante e fiori nelle nostre grigie città.
L’autrice sottolinea l’importanza della creazione di giardini urbani negli spazi abbandonati dal cemento, nei cortili, sugli spartitraffico, perchè l’espansione globale delle metropoli, infatti, estende l’asfalto ma lascia molti vuoti: le città post-industriali, da Torino a Detroit abbandonano al loro destino le fabbriche intorno a cui prima ruotavano; la privatizzazione delle città, inoltre, condanna al degrado tutto ciò su cui non si possa speculare, perché l’utilizzo pubblico degli spazi non è più contemplato dall’urbanistica. Ogni giardino così diventa il luogo possibile nel quale dare corpo a interpretazioni personali, al gusto del caos, alla follia di assemblaggi dettati da affetti, tradizioni, culti e credenze.
L’ultima segnalazione è “Guida al consumo critico”, a cura del “Centro nuovo modello di sviluppo”. Un piccolo aiuto per stabilire su quali prodotti far ricadere le nostre scelte di acquisto. Le informazioni raccolte si riferiscono ai 170 gruppi italiani ed esteri che incontriamo più frequentemente al supermercato, sono organizzate sia per tabelle di marchi che per schede di impresa. Nonostante la spinta del consumo critico abbia visto varie imprese imboccare la strada della responsabilità sociale e ambientale, è ancora troppo poco quello che si è fatto finora. Buona lettura a tutti e attendiamo vostre considerazioni sulla libreria di Yes.life.

Fonte: Alessandro Ingegno su yeslife.it

Così strade e piste divorano l’Amazzonia

ARTICOLO DI LUIGI BIGNAMI – WWW.repubblica.it
Dal Brasile alle Ande fino all’oceano Pacifico le opere che distruggono le aree boschive. Il più delle volte sono illegali, realizzate dai tagliatori clandestini di alberi

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“LA miglior cosa che si potrebbe fare per salvare l’Amazzonia è quella di bombardare le strade”. Potrebbero sembrare le parole di un eco-terrorista invece sono quelle di di Eneas Salati, uno dei più rispettati scienziati brasiliani, in un’intervista a New Scientist. E confermate da quelle di Thomas Lovejoy, biologo americano, il quale ha detto che “le strade sono i semi della distruzione delle foreste tropicali”.
Le foreste tropicali scompaiono al ritmo paragonabile a circa 50 campi da calcio al minuto. Una distruzione che porta con sé la fine di miriadi di specie viventi, l’aumento di gas serra per miliardi di tonnellate l’anno e, non ultimo, un’incidenza mortale sulle popolazioni delle foreste. Le strade sono alla base dello scempio.
Il Brasile di recente ha completato la BR-163, penetrata nel cuore dell’Amazzonia per circa 1.800 chilometri, dal Mato Grosso fino a Santarém in Pará. Un’altra, la BR-319, inizierà presto a tagliare la foresta per 900 chilometri. Tre altre piste sono in programma per attraversare le Ande, dall’Amazzonia all’Oceano Pacifico. Sono solo le ultime nate, o quelle che stanno nascendo, di un intreccio di piste per lo più non autorizzate, penetrate nella foresta amazzonica per circa 170 mila chilometri, realizzate per lo più da tagliatori di alberi illegali per l’esportazione di mogano e altri legni pregiati.
Lo stesso problema colpisce anche l’Isola di Sumatra e l’Africa centrale. In un articolo apparso su Science risulta che nel bacino del Congo, dal 1976 al 2003, sono state aperte 52 mila chilometri di strade e piste.

Continua..

Dalle alghe al biocarburante dei nativi americani

Artcolo tratto da Repubblica.it di Rosalba Castelletti

I nativi Usa cercano l’oro verde
Oltre 200 i progetti pilota mondiali per ricavare combustibile dalle piante marine. L’Università del Colorado ha trovato un insolito finanziatore: gli Ute meridionali, una delle più ricche comunità di indiani. Fanno affari in 18 Stati e non hanno mai fatto un passo falso. ROSALBA CASTELLETTI
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Nel Sud del Colorado, nella Riserva indiana Ute, tre bacini d’acqua si sono colorati di verde, verde alga per esser precisi: da lì potrebbe provenire il biocarburante del futuro, un combustibile ricavato da alghe fotosintetiche riducendo al contempo le emissioni di gas-serra. Si tratta dell’impianto pilota, battezzato Coyote Gulch, di un progetto cofinanziato dall’Università di Stato del Colorado (Cus) e da una delle più ricche comunità di nativi americani, gli Ute meridionali.
Da tempo gli Ute cercavano opportunità di investimento in energie alternative che non contraddicessero le loro credenze, ad esempio quella che risorse alimentari ed energetiche non entrino in conflitto mentre al mondo si continua a morire di fame. Esclusi a priori investimenti sul bioetanolo ricavato dal mais, continuavano a ripetersi che “non tutto il verde è buono” finché non hanno incontrato il professore Bryan Willson che insegna ingegneria meccanica presso la Cus e che tre anni fa ha fondato la Solix Biofuels. “L’alga è una fonte ideale per produrre biocarburante – sostengono alla Solix – perché può essere coltivata in climi diversi, usa poca acqua e non toglie terreni all’agricoltura”.
Il progetto ha subito affascinato i 1400 membri della tribù dall’ancestrale tradizione erboristica. “È una combinazione tra un vecchio modo di pensare e i tempi moderni. Ci ha ricordato i benefici delle erbe, come la radice di orso (Ligusticum porteri, ndr), che viene raccolta su queste montagne”, ha detto Matthew J. Box presidente della tribù che ha investito oltre un milione di dollari in apparecchiature e finanziato per un terzo il capitale da 20 milioni di dollari della Solix. D’altra parte per portare avanti l’esperimento c’era bisogno di terra, CO2 e acqua. Ed è quello che hanno messo a disposizione gli Ute: la loro riserva si trova infatti sopra uno dei più ricchi campi di gas naturale derivato da miniere di carbone.
Il Coyote Gulch sorge proprio accanto a uno degli impianti per il trattamento del gas naturale: le emissioni di diossido di carbonio prodotte dall’industria vengono “riciclate” per nutrire le alghe e l’eccesso di calore viene usato per riscaldare le vasche di coltura di notte e in inverno. Ad accelerare la crescita delle alghe e a diminuire i costi contribuisce poi il fatto che i fotobioreattori sorgano su un altipiano dove il sole splende 300 giorni l’anno e che le alghe vengano coltivate in contenitori di plastica chiusi e allineati verticalmente.
Secondo gli esperti della Solix, le alghe coltivate nei loro fotobioreattori renderebbero ogni anno cinque volte le tonnellate di carburante per ettaro ricavate dalle colture di soia o di mais. Al lancio dell’impianto, Al Darzins, un responsabile del Centro nazionale di bioenergia del Colorado presso il Laboratorio nazionale per le energie rinnovabili, ha però ricordato che produrre un gallone (circa 4 litri) d’olio di alga costa al momento tra i 10 e i 40 dollari ma che occorrerebbe ridurre i costi a 1 o 2 dollari perché diventi commerciabile. Ed è proprio su questo terreno che si gioca la sfida tra le oltre 200 compagnie che oltre alla Solix stanno cercando la maniera più economica e efficace di estrarre “oro verde” dalle alghe.
Lo scorso dicembre anche il governo britannico ha lanciato un progetto simile, anche i colossi petroliferi stanno scendendo in campo: la Chevron già nel novembre 2007, la ExxonMobil appena un mese fa con 600 milioni di dollari, cinquanta volte il capitale della Solix. La concorrenza però non spaventa gli Ute. Fanno affari in 14 Stati e hanno comunque il migliore rating di debito. Finora non hanno mai fatto un passo falso.

Fonte www.repubblica.it

Nuovi artfici per salvare l’ambiente

Articolo di  Emanuela Di Pasqua – www.corriere.it

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Potrebbero catturare CO2 con un’efficienza altissima , dando tempo agli scienziati per trovare soluzioni definitive al problema delle emissioni

MILANO – Geo-ingegneria come soluzione indispensabile ai problemi del riscaldamento atmosferico: è quello che sostengono i ricercatori dell’Institution of Mechanical Engineers nel report Geo-Engineering, in cui si trova un’idea decisamente originale che potrebbe essere realizzata entro vent’anni.

ALBERI ANTI-CO2 – Si tratta di un folto esercito di 100 mila alberi artificiali che, grazie a un filtro, sarebbero in grado di trattenere le emissioni di anidride carbonica (responsabili come è noto del surriscaldamento del pianeta) con un’efficienza elevatissima. Come spiega Tim Fox, a capo del team di ricerca, gli alberi sarebbero già in fase avanzata di progettazione: sono grandi come container da trasporto, ciascuno potrebbe assorbire circa una tonnellata di CO2 quotidiana e, prodotti in serie, costerebbero circa 20 mila dollari l’uno.

OBIETTIVI PRINCIPALI – Gli alberi che catturano CO2 sono solo una parte delle iniziative presentate dagli scienziati dell’Institution of Mechanical Engineers. Le finalità perseguite per salvare la Terra dall’effetto serra sono infatti essenzialmente due: raffreddare il pianeta e ridurre le emissioni, e su questi fronti esistono anche altri progetti in fase di sviluppo. Uno prevede l’adozione di contenitori di alghe capaci di ridurre l’anidride carbonica durante la fotosintesi, un altro l’installazione di specchi sui tetti degli edifici in modo da respingere il calore..

Fonte: Corriere.it Emanuela Di Pasqua 27 agosto 2009