Piante esotiche sulle Alpi: nuove specie migrano ad alta quota
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Articolo di JACOPO PASOTTI – www.repubblica.it – ambiente
Almeno 1000 specie vegetali aliene migrano sempre più in alto sulle montagne del pianeta. Il cambiamento climatico non è però il solo colpevole: ci sono anche turismo, strade e ferroviedi
L’EMERGENZA climatica del pianeta ci tocca da vicino, ed ora ci sono anche le piante alpine a sottolinearlo. L’aumento del traffico e del turismo, insieme al cambiamento climatico, hanno infatti innescato una autentica invasione di piante aliene lungo i pendi delle catene montuose. Le specie vegetali che prima vivevano in un angolo “estremo” delle Alpi e dell’Appennino ora sono sempre più strette nelle loro nicchie. A rischio sono la biodiversità montana e la distruzione di importanti ecosistemi.

Almeno 1000 specie vegetali esotiche si sono già insediate alle alte quote delle catene montuose del pianeta. Lo sostiene uno studio frutto della collaborazione internazionale tra botanici ed ecologhi specialisti dei rilievi montuosi. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Ecology and the Environment, è il primo sforzo per la raccolta delle osservazioni sulle migrazioni di specie erboree verso l’alto.
Una migrazione che avviene in ogni continente, dalle Alpi alle isole delle Canarie, dalle Montagne Rocciose alla catena andina, dalle Alpi australiane fino alle isole del Pacifico. Alle Hawaii, per esempio l’introduzione dei pini sta soppiantando i pendii coperti dai cespugli di Sophora, pianta endemica dell’isola di Maui. “Fino ad ora gli studi si sono concentrati sulle invasioni di piante esotiche che avvengono a bassa quota, dando scarsa attenzione alle regioni d’alta montagna, che però contengono la maggioranza delle aree protette del pianeta”, scrivono i ricercatori.
Già due mesi fa la CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) avvertiva che la vegetazione alpina è gravemente minacciata. Secondo la Commissione, il 45% delle specie è a rischio di estinzione entro il 2100. Le piante di montagna sono strette tra due fuochi, spiegano i ricercatori: da una parte sono in fuga verso altitudini maggiori, all’inseguimento di freddo e neve. Il problema in questo caso è che oltre ad una certa quota non si sale: la montagna finisce. È il caso del Ranuncolo delle nevi, oppure dell’Androsace alpina, che vedono il loro ecosistema ridursi di anno in anno. Dall’altra parte, queste piante vedono il loro delicato ecosistema, lentamente invaso da specie giunte dalle quote più basse.
Nelle Alpi retiche per esempio, il Laboratorio di Ecologia Vegetale e Conservazione delle piante dell’Università di Pavia ha misurato che dal 1950 ad oggi le specie alpine si sono arrampicate al ritmo di 24 metri per decade a quote sempre più elevate. È successo all’Tussilago farfara (+405 metri) ed alla Genziana bavarese (+230 metri), che lasciano quindi il posto a piante di media montagna.
Gli studiosi, sono ora organizzati in un network chiamato MIREN (Network di Ricerca per le Invasioni Montane) ed avvertono che il clima acuisce un problema che è in parte naturale, ma in parte anche di origine umana. Tra i maggiori responsabili di questa migrazione ci sono infatti le infrastrutture antropiche come la fittissima rete stradale e ferroviaria, che facilitano l’intrusione delle specie invasive nei rilievi montuosi. Uno studio in Svizzera ha rivelato la presenza di 155 specie invasive in 107 stazioni ferroviarie ed ai fianchi di 125 strade di montagna.
Ci sono poi anche i casi di piante decisamente esuberanti, introdotte per errore in alcune regioni e che poi si sono diffuse a spallate, scalzando le più delicate specie locali. È successo per esempio nel Kosciuszko National Park in Australia, dove lo Sparviere aureo, una pianta resistente al gelo è fuggita dal giardino di qualche cottage turistico. La pianticella ora sta spargendo il panico tra gli amministratori del parco, che non riescono a fermare l’avanzata di questi “alieni”, mai più alti di 40 centimetri ma che stanno cambiando l’ecosistema del parco. Mentre nei paesi più poveri è l’agricultura, praticata a quote sempre maggiori, a favorire la migrazione.
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Le cicche di sigaretta? Inquinano come i rifiuti industriali
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Ambiente – www.corriere.it
Gli esperti dell’Enea propongono di dare inizio a una raccolta differenziata
ROMA – Raccolta differenziata per le cicche di sigaretta, pericolose per ambiente e salute quanto i rifiuti industriali: è la proposta lanciata dagli esperti dell’ Enea, che in un convegno a Roma hanno presentato i primi dati sugli inquinanti che vengono dispersi nell’ambiente con i 195 milioni di cicche di sigaretta gettati via dove capita ogni giorno in Italia (per un totale di 72 miliardi l’anno).
Si calcola che le cicche gettate via nel mondo dagli 1,5 miliardi di fumatori siano 4,5 milioni di miliardi ogni anno, pari a 845 mila tonnellate. Complessivamente contengono 7.800 tonnellate di agenti chimici pericolosi. Le cicche sono anche i rifiuti più comuni nel mare: nel Mediterraneo, per esempio, rappresentano il 40% dei rifiuti, contro il 9,5% delle bottiglie di plastica, l’8,5% dei sacchetti di plastica, il 7,6% delle lattine di alluminio.

«Il problema è sempre esistito, ma è stato volutamente dimenticato», osserva Carmine Ciro Lombardi, fra gli autori dello studio con Giuliana Di Cicco e Vincenzo Zagà, della Ausl di Bologna. «Finora si è ignorato – aggiunge – che anche le cicche contengono sostanze tossiche». Ma adesso per la prima volta i componenti nocivi contenuti nelle cicche vengono elencati e misurati considerando che i 13 milioni di fumatori italiani consumano 15 sigarette al giorno. Ecco le principali sostanze :
- Nicotina: con le cicche se ne disperdono nell’ambiente 324 tonnellate l’anno. Sono noti i suoi effetti come insetticida ed è tossica anche per gli animali acquatici. Ingerire la nicotina contenuta in poche decine di cicche può uccidere un uomo adulto e ingerire una sola cicca può causare in un bambino problemi respiratori fino alla paralisi.
- Polonio 210: è un elemento radioattivo e cancerogeno. Quello contenuto nelle cicche disperse nell’ambiente ogni anno ha valori di radioattività pari a 1.872 milioni di bequerel (Bq).
- Composti organici volatili: sono prodotti con la combustione e si calcola che i 50 milligrammi di queste sostanze prodotte fumando una sigaretta restino per metà nel filtro. Perciò le cicche gettate via in un anno disperdono 1.800 tonnellate di composti come benzene, formaldeide, acetone e toluene.
- Gas tossici: i principali sono acido cianidrico e ammoniaca e con le cicche se ne riversano complessivamente ogni anno nell’ambiente21,6 tonnellate. L’ammoniaca, spiega Lombardi, viene aggiunta al tabacco allo scopo di far aumentare la disponibilità di nicotina«.
- Catrame e condensato: il primo è un noto cancerogeno e il condensato comprende una grande quantità di composti, come idrocarburi policiclici aromatici, benzopirene e metalli.
- Acetato di cellulosa: è contenuto nel filtro e le 12.240 tonnellate che ogni anno finiscono nell’ambiente non sono biodegradabili. È una materia plastica che dà origine a composti pericolosi per gli animali acquatici, in particolare possono danneggiare l’apparato riproduttivo dei pesci.
I paesi più “verdi”: Islanda prima, Italia diciottesima
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Articolo di Carola Frediani-www.corriere.it – scienze
La classifica dell’Indice di performance ambientale presentata a Davos
I Paesi più “verdi” del Mondo: Islanda prima, Italia diciottesima
Sul podio Svizzera e Costa Rica, seguiti da Svezia e Norvegia. Stati Uniti al 61esimo posto

L’Islanda è il giardino del mondo. L’isola nordeuropea è infatti la nazione più verde del pianeta, seguita a ruota dalla Svizzera. La Svezia in quarta posizione e la Norvegia quinta confermano il primato del modello scandinavo, mentre un sorprendente Costa Rica sale sul podio in terza posizione.
L’INDICE – E’ la fotografia scattata dall’Indice di performance ambientale (EPI) 2010, un indicatore prodotto da una squadra di esperti di Yale e della Columbia University e arrivato ormai alla sua terza edizione. I risultati preliminari di quest’ultima revisione biennale sono stati presentati al World Economic Forum, l’incontro economico internazionale in corso a Davos. L’indice classifica 163 Paesi valutando la loro resa su 25 diversi parametri che vanno dalla qualità dell’aria alla gestione delle risorse idriche, delle foreste e della pesca, dalla biodiversità alla salute ambientale, dall’agricoltura al cambiamento climatico.
AFRICA ULTIMA – Se l’Europa si piazza bene – i Paesi del Vecchio Continente costituiscono più della metà delle prime trenta posizioni in classifica – il fanalino di coda è composto dall’Africa sub-sahariana, dove pesano le condizioni di estrema povertà e il difficile accesso all’acqua, ma anche l’assenza di politiche decise. Ultimo degli ultimi è infatti il Sierra Leone, e a risalire s’incontrano Repubblica Centrafricana, Mauritania, Angola e Togo.
STATI UNITI E ITALIA – Ma se il reddito complessivo di un Paese influisce sulla sua performance ambientale, di certo non basta per fargli guadagnare necessariamente un buon piazzamento. Ne sono una dimostrazione gli Stati Uniti, solo 61esimi anche a causa della scarsa risolutezza con cui hanno affrontato le emissioni inquinanti e gas serra. Una colpa che in questo caso non può essere addebitata all’amministrazione Obama, dal momento che i dati dell’EPI sono stati elaborati a partire da rilevazioni precedenti il 2009. L’Italia, dal suo canto, arriva 18esima. Ma meglio di lei si collocano importanti nazioni europee come Francia (7°), Austria (8°), Gran Bretagna (14°), e Germania (17°).
Il Canada abbraccia la green economy: sviluppo e lavoro
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Articolo di ROSARIA AMATO per www.repubblica.it – Ambiente
La “rivoluzione verde” è tra le principali strategie di sviluppo economico del Paese del Nord America, che ne fa anche una questione di competizione con gli Usa: “Molti stati al di là del confine guardano con attenzione a quello che noi stiamo facendo”
Il Canada abbraccia la green economy “Dall’ambiente sviluppo e posti di lavoro”.
Dal lago Ontario la Enwave ricava energia ‘pulita’ a costi bassi per una settantina di grandi edifici della City.

TORONTO – Per molti è il futuro, ma la green economy per il Canada è già adesso un fondamentale motore di sviluppo e un polo di attrazione per gli investimenti stranieri. Come quello appena effettuato da una cordata coreana guidata dalla Samsung, che si è impegnata a investire 6,6 miliardi di dollari (l’equivalente di 4,7 miliardi di euro) nella provincia dell’Ontario per la creazione di centrali solari ed eoliche per un totale di 2,5 gigawatt. “Non si tratta solo di promuovere le energie alternative e le tecnologie non inquinanti – spiega il ministro canadese dell’Industria Tony Clement – per noi ‘rivoluzione verde’ significa anche sviluppo economico, e creazione di posti di lavoro”.
Non solo: porre l’accento sulla green economy può tradursi anche in una sorta di sfida ai vicini Stati Uniti: “Noi vogliamo essere leader nel settore dell’energia eolica, solare, e dalle biomasse, e farne un motore economico – conferma Sandra Pupatello, ministro dello Sviluppo Economico e del Commercio dell’Ontario – Sappiamo che molti stati Usa ci guardano con attenzione, a cominciare dalla California. Contiamo di fare da traino, anche grazie alla ricerca e agli investimenti nelle nuove tecnologie, dimostrando che grazie alla green economy tutto il sistema prospera”.
Una scommessa che già sta dando molti frutti, anche in termini di soluzioni all’avanguardia per la produzione di energia, i trasporti, la tecnologia. Ma che non è priva di contraddizioni: mentre ci sono province canadesi come l’Ontario che hanno varato normative che promuovono e finanziano le aziende che investono in energie alternative e soluzioni tecnologiche che rispettino l’ambiente, a cominciare dal ‘Green energy act’, il Canada probabilmente non formalizzerà i propri obiettivi sulle riduzioni di emissione dei gas serra entro il 2020 per il prossimo 31 gennaio. La scadenza fissata a Copenaghen, ha detto qualche giorno fa il segretario esecutivo dell’Unfccc, Yvo de Boer, in effetti verrà disattesa da molti paesi. E il ministro Clement ha sottolineato nel corso di un incontro con alcuni giornalisti stranieri le difficoltà del Canada ad assumere impegni precisi alla scadenza pattuita, nel caso in cui non lo facciano contemporaneamente gli Stati Uniti.
Ma intanto investimenti e progetti vanno avanti, e il Canada diventa ogni giorno di più una vetrina interessante di quanto di meglio si produca nel campo dell’energia pulita. Non c’è soltanto il contratto con la Samsung, che è stato già definito come “il più grande affare sulle energie rinnovabili mai siglato”, e che porterà alla creazione di 16mila posti di lavoro nell’Ontario e alla produzione di una quantità di energia elettrica pari a quella di tre centrali nucleari di media grandezza, sufficiente a coprire il fabbisogno di 580mila case (l’Ontario ha circa 13 milioni di abitanti).
Ci sono anche soluzioni originali e particolarmente all’avanguardia, come quella adottata da qualche anno da Enwave Energy Corporation Deep Lake Water Cooling Facility, che ha messo a punto un sistema che utilizza l’acqua presa in profondità dal lago Ontario per il riscaldamento d’inverno e il raffreddamento d’estate di una settantina di grandi edifici, risparmiando sui costi. L’acqua destinata ai consumi urbani di Toronto viene succhiata da una “cannuccia” lunga cinque chilometri che scende a 83 metri sotto il lago Ontario. L’acqua che arriva, destinata a essere filtrata e potabilizzata, ha la temperatura di circa 4 gradi d’inverno e 5 d’estate. Un sistema che permette di risparmiare fino all’80 per cento dei costi. Continua..
Intervista al ministro: meno caldo nelle case per combattere lo smog
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Intervista al ministro Prestigiacomo sullo smog a Milano – www.corriere.it, di Alessandra Arachi
Il ministro Prestigiacomo: lavoriamo a un Piano nazionale
ROMA – Stefania Prestigiacomo lo smog sta letteralmente attanagliando le città. E il suo ministero, quello dell’Ambiente, che cosa sta facendo?

«Il ministero sono più di otto mesi che sta lavorando insieme con i ministeri dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture per realizzare un Piano nazionale contro lo smog. Una battaglia difficile. Non si può improvvisare. Come, è evidente, non possono bastare i provvedimenti isolati presi dalle singole città».
Si riferisce a Milano, ad esempio? Qui la concentrazione delle polveri sottili sta sforando i limiti quasi tutti i giorni. E allora si sta pensando di tutto: blocco del traffico, targhe alterne per un mese di seguito….
«Milano è leader assoluta in Europa per la battaglia allo smog». E dunque? «Dunque con questo si dimostrano due cose. Che il problema dell’inquinamento urbano esiste, ma che per affrontarlo gli interventi isolati non bastano. Ma anche che i limiti sulle polveri sottili imposti dall’Unione europea sono in assoluto troppo bassi». Che limiti sono? «Non si possono superare la media di quaranta microgrammi per metro cubo per trentacinque giorni, in tutto l’anno. Milano soltanto nei primi ventiquattro giorni di quest’anno li ha superati già diciotto volte. Per questo contro l’Italia l’Unione europea ha aperto una procedura d’infrazione. Anche se non siamo certo soli». Ah no? Chi altro? «Sono state aperte procedure d’infrazione per altri dieci paesi. Come Francia, Germania, Inghilterra, Austria, Spagna…».
Va bene. Ma a parte i limiti, lo smog ce lo viviamo dentro le narici, ogni giorno. Che fare?
«Il Piano nazionale al quale stiamo lavorando ha diversi livelli di intervento. Le linee guida per i comuni, su mobilità sostenibile e risparmio energetico. Ma in particolari situazione climatiche, anche nelle zone più “virtuose” possono diventare necessarie ulteriori misure. Anche impopolari». Impopolari? «Certo. Si può pensare a temporanei limiti di velocità sulle strade a rischio. Come anche ad intimazioni a tenere le temperature più basse negli appartamenti. Ormai facciamo tutti gli americani: vogliamo stare in casa in magliettina anche se fuori nevica. Non si può avere tutto, se ci teniamo alla salute, dobbiamo modificare i nostri stili di vita».
Riscaldamento? Quando si parla di smog si pensa sempre alle automobili, al traffico…
«Le auto sono certo un elemento determinante. Ma non l’unico».
Certo, perchè insieme al monossido di carbonio c’è anche il monossido di azoto tra principali produttori delle polveri sottili. Dunque, i riscaldamenti….
«Dunque le caldaie vecchie che andranno rottamate e sostituite con altre con migliore efficienza energetica. Come andranno rottamati anche i vecchi mezzi di trasporto pubblici ».
Spese non indifferenti. Avete già quantificato?
«Non ancora. Ma cercheremo formule. Ed incentivi. Dobbiamo studiare bene una metodologia. Non vogliamo commettere lo stesso errore fatto per il pacchetto dei mezzi ecologici». Ovvero? Che è successo? «Avevamo messo a disposizione finanziamenti per i filtri antiparticolato con un’agevolazione del 25% per i mezzi pubblici. Le Regioni non hanno accolto positivamente l’iniziativa, l’unica richiesta è arrivata dal comune di Roma».
Chi sta lavorando concretamente a questo piano?
«Il ministero dell’Ambiente come già detto, con Sviluppo economico e le Infrastrutture. Poi, in ogni ministero, gli uffici e le direzioni competenti. Ma al di là di questo Piano nazionale anti Pm10, che oltre alla mobilità e gli usi civili riguarda anche l’agricoltura, c’è da lavorare pure sull’industria».
Ovvero?
«Il ministero dell’Ambiente sta mettendo sotto esame tutti gli impianti industriali più importanti d’Italia, sono circa duecento ».
E che esame devono superare?
«Quello dell’A.I.A. Ovvero l’Autorizzazione integrata ambientale ».
Tradotto?
«È una certificazione per la sostenibilità ambientale degli impianti: chi non è in regola deve provvedere in tempi e modalità stabilite e certe. Tutto ciò servirà anche a ridurre le polveri sottili».
E quante di queste aziende hanno superato l’esame, fino ad ora?
«Una sessantina, circa. Il lavoro è lungo. Ma si andrà avanti, a ritmi serrati, fino alla fine. Quando sono arrivata al ministero di autorizzazione ne era stata rilasciata soltanto una».
Ecco tutti i progetti ecologici in vista dell’Expo 2015
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Alessandro Ingegno – www.yeslife.it
La città di Milano si appresta ad un restyling in proiezione 2015: l’obiettivo è Expo “Nutrire il pianeta Energia per la vita” e soprattutto dare un’immagine moderna e pulita di sé, e dell’Italia tutta, che verrà proiettata nel resto mondo.
Rifiuti sottoterra – Una delle idee più innovative su cui Milano investirà viene dalla Svezia e punta a rinnovare seriamente il ciclo della gestione dei rifiuti. Stiamo parlando del sistema di gestione dei rifiuti urbani del futuro, la raccolta pneumatica: un tubo all’interno del quale viene inserita la spazzatura differenziata e che spara i rifiuti sottoterra alla velocità di 79 km/h direttamente dai punti di raccolta allo stoccaggio.

Stoccolma, e precisamente il quartiere ecologico di Hammarby Sjostad, è stata la prima a introdurre questo sistema innovativo, seguita a ruota da Copenaghen, Barcellona, Madrid, Bilbao e Siviglia.
Il progetto verrà attuato nella zona di Citylife dei Navigli e in tutta l’area dove si svolgerà l’Expo. Nel momento in cui il progetto avrà vita (manca solo la delibera comunale che modifichi il regolamento edilizio e d’igiene) sarà possibile gettare i rifiuti di carta, plastica e indifferenziati, nei punti di scarico che li invieranno due metri e mezzo sotto terra attraverso tubi che li risucchieranno e li trasporteranno – già compattati e divisi – alla centrale più vicina dove verranno smaltiti e riciclati. All’interno di questi enormi aspirapolvere non sarà possibile gettare il vetro perché ovviamente rischia di rompere i tubi e di frantumarsi diventando irriciclabile.
Ecotaxi – Altro progetto già in fase di lancio è il primo servizio in Italia di ecotaxi. Milano avrà una flotta di taxi completamente ecologica in vista di Expo 2015, ma già da quest’anno potranno essere messe in servizio solo auto ecologiche a impatto ambientale nullo o basso.
Eolico del futuro
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L’energia eolica è scarsa ed inaffidabile? Niente affatto. Questa è spesso la tesi che portano i detrattori di tale tecnologia, i quali non sanno effettivamente quale potenziale il vento, e la tecnologia moderna, sono in grado di esprimere. L’energia eolica potrebbe fornire, da sola, il 20% dell’energia elettrica per la metà orientale degli Stati Uniti entro il 2024, ma solo se la nazione facesse un notevole investimento finanziario, secondo il rapporto del nuovo Governo. Si tratta di fornire un quinto dell’energia tramite vento, e considerate le potenzialità della tecnologia fotovoltaica, si potrebbe arrivare in quegli anni a garantire oltre la metà del fabbisogno energetico tramite le rinnovabili.

Circa 90 miliardi di dollari saranno necessari per l’installazione di una rete di terra e di mare basata sulle turbine eoliche, e circa 22.000 chilometri di nuove linee elettriche, secondo lo studio pubblicato dal U.S. Energy Department’s National Renewable Energy Laboratory, il Dipartimento per l’Energia Rinnovabile degli Stati Uniti.
Il rapporto, presentato nei giorni scorsi, spiega che il Governo ha le potenzialità per fornire una porzione significativa su tale investimento, attraverso programmi come le garanzie sui prestiti.
“Siamo in grado di mettere in rete più potenza del vento, ma se non abbiamo strutture adeguate per muoverci con tale energia, è come comprare una macchina ibrida e lasciarla in garage” ha spiegato David Corbus, responsabile dello studio per il progetto. Per raggiungere l’obiettivo del 20%dell’energia eolica nella regione orientale degli Stati Uniti, il Paese avrebbe dovuto ampliare di 10 volte la produzione corrente. La maggior parte dei nuovi progetti di centrali eoliche dovrebbero essere situati nelle acque federali del Massachusetts in North Carolina, e in tutti gli Stati del Midwest, dice il rapporto.
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Bioarchitettura e MEtreePOLIS
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Fonte: www.yeslife.it
Design sostenibile e bioarchitettura. Avremo città sempre più verticali, manche sempre più verdi e autosufficienti. Parola dei progettisti invitati dal canale televisivo americano History Channel a fornire idee per il concorso “City of the Future”: nuove visioni per risolvere i problemi reali delle metropoli – acqua ed energia, densità e proliferazione urbana.

Le parole chiave dell’ultima edizione del concorso, dedicata alla Atlanta e a come sarà nel 2108, sono biomimicry (imitare i meccanismi della natura), farming (coltivazioni locali per produrre cibo ed energia) e biodiversity (creazione di foreste urbane).
Tra le fantasie più ardite il progetto MEtreePOLIS dei giovani newyorkesi HWKN: una natura modificata e tentacolare abbraccia la vecchia città producendo energia, infrastrutture e persino nuovi alloggi, grazie alla fotosintesi molecolare e all’elettronica avanzata.
Per vedere le nuove MEtreePOLIS: http://www.hwkn.com/MEtreePOLIS.html
Napoli: ricariche telefoniche in cambio di rifiuti differenziati
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Articolo tratto da www.yeslife.it – Alessandro Ingegno
Ispirandosi a modelli nordeuropei il quartiere di Chiaia cerca di incentivare la raccolta differenziata dei rifiuti che a Napoli, nel 2009, ha raggiunto il 20%.
Ricariche per i telefoni cellulari in cambio di rifiuti differenziati. E’ questa l’idea (non poi così originale, ma senza dubbio incentivante) lanciata dalla prima municipalità di Napoli per incrementare la raccolta differenziata in uno dei quartieri più chic e commerciali della città partenopea.

Il progetto, inizialmente solo per la plastica, prevede l’installazione di macchine compattatici le quali, sulla base del quantitativo di rifiuti inserito, rilasciano uno scontrino con un punteggio che darà diritto ad ottenere ricariche telefoniche.
“Le compattatrici – spiegano i promotori della municipalità in una nota – sono state posizionate in alcuni esercizi commerciali del territorio. L’obiettivo è di estendere quanto più possibile questa iniziativa, coinvolgendo tutti i centri commerciali della nostra municipalità”.
Le macchine sono state posizionate in alcuni esercizi commerciali del territorio come l’elettroforno di Piazza San Luigi, il Conad di Via Manzoni, il Crai della Torretta a Mergellina, ed i commercianti di Piazza Mondragone.
L’obiettivo dei promotori è ovviamente quello di estendere quanto più possibile questa iniziativa, coinvolgendo tutti i centri commerciali della zona. L’iniziativa napoletana, come detto, si pone così sulla scia di altre realtà già affermate da tempo. L’idea infatti non è nuova.
Già da diversi anni negli Stati Uniti e nei paesi del nord Europa è facile vedere persone che, per racimolare qualche moneta in più, raccolgono bottiglie di plastica o lattine di alluminio nei cestini per poi portarle in queste macchinette computerizzate.
Oltre ai paesi scandinavi dove il credito in cambio di materiali differenziati è ormai una realtà affermata e consolidata da anni, da un po’ di tempo anche l’Ungheria sta facendo piccoli passi avanti: a Budapest è infatti possibile rendere le bottiglie di vetro oramai vuote e ricevere in cambio una piccola somma di denaro.
Recentemente anche ad Atene, città che proprio lo scorso mese è si è ritrovata sommersa dai rifiuti per uno sciopero degli operatori ecologici e per la mancanza di disponibilità dei greci ad ospitare discariche, sono state installate macchine compattatici computerizzate che in cambio di vetro, plastica, carta e perfino batterie scariche erogano scontrini dando diritto a crediti che gli utenti ricicloni possono utilizzare per la spesa.
macchina raccolta differenziata,guadagnare con raccolta differenziataMa anche in Italia ci sono altre realtà simili a quella in sperimentazione a Napoli.
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Così rinascerà la foresta sul grande fiume Po
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Articolo di PAOLO RUMIZ per Ambiente – www.repubblica.it
Nel Mantovano mille ettari di nuovi alberi destinati a rinverdire un territorio fortemente compromesso, schiacciato tra speculazioni e veleni. Il piano della provincia per salvare questo “luogo dell’anima”

Salici, olmi, frassini, querce. Mille ettari di alberi nuovi per il Po, vincolati a bosco perenne. Mille ettari, tra Borgoforte e Ostiglia, in soccorso al vecchio fiume saccheggiato dagli uomini. Da lontano sembrano la peluria sulla testa di un neonato; li vedi bene sulla sommità di un’isola chiamata Rodi, un “balenone” di sabbia e limo color argento, alto sui fianchi piallati dalla corrente. È l’isola-laboratorio, uno spazio franco di cinquanta ettari che in autunno si copre di migratori ed è protetto sulle sponde da una boscaglia di salici ingrigiti dal fango e dai detriti d’alluvione.
Ed è solo una minima parte del piano di ripristino avviato in provincia di Mantova, l’unica di tutto il Nord a governare sulle due sponde, per giunta nel punto più vulnerabile del fiume. Qui, al centro perfetto della pignatta padana, un bacino da venti milioni di abitanti.
C’è solo il guado per arrivarci, e la jeep pattina, affonda nella plastilina, si mette di trequarti, fatica a mordere qualcosa di solido poi esce dalla mota e guadagna la dorsale. Lassù par di navigare, è come il ponte di un battello del Mississippì. Da vicino, i nuovi nati sono fusti esili, schierati per plotoni irregolari. Non è roba che vien su da sola, l’impianto è ancora un asilo-nido. Marco Goldoni, un entusiasta che dirige i lavori del Consorzio forestale padano di Casalmaggiore, mostra con orgoglio la sua nursery. Schierate su file irregolari, le creature son protette alla base da un cilindretto di plastica e da una stuoia di fibra di cocco che evita gli choc termici e l’aggressione delle erbacce. Un tubicino interrato garantisce un’alimentazione a goccia, di tipo israeliano. “Tra cinque anni toglieremo tutto, e lasceremo che il bosco si ricrei da solo”.
“E’ arrivato il tempo di restituire il maltolto - dice l’assessore provinciale all’ambiente Giorgio Rebuschi, nella mota fino alle caviglie - siamo la terra con meno foreste della Lombardia e ora siamo obbligati a lavorare sul benessere verde”. I nuovi alberi abbatteranno di mille tonnellate l’anno le emissioni di CO2, e per questa performance l’uomo del Pd ha appena avuto dal sindaco Pdl di Roma, Gianni Alemanno, il premio “Un bosco per Kyoto”. Quella di Mantova sarà anche l’unica “macchia rossa” della regione più azzurra d’Italia, ma è il verde che ne fa la differenza. Sul tema della protezione ambientale è forse quella che, paradossalmente, prende più sul serio i progetti della Lombardia formigoniana.
